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  • La Tata: ridere è una semplice cosa
di Valeria Roscioni


Senza artifici, senza grandi pretese, senza esagerare ma con un'evidente lavoro alle spalle Tata Francesca si è aggiudicata un posto tra i personaggi senza tempo

Fran Drescher è Francesca Cacace ne La Tata

Lavorava nel negozio di abiti da sposa a Flushing, nel Queens/ finché il suo ragazzo la cacciò con una di quelle scenate imbarazzanti/ cosa doveva fare, dove doveva andare? Forse queste parole suoneranno familiari solo ad alcuni di voi, mentre per gli altri le cose diventerebbero molto più chiare se le cominciassimo a canticchiare nella loro versione originale: She was working in a bridal shop in Flushing, Queens/ Til her boyfriend kicked her out in one of those crushing scenes/ What was she to do, where was she to go/ Sono le strofe iniziali di The Nanny named Fran, l’inconfondibile, inimitabile, sigla iniziale di La Tata, che dal 1993 al 1999 si è imposta con prepotenza nelle nostre case e al cui fascino è difficile resistere ancora adesso.
Forse uno degli ultimi baluardi dell’intrattenimento preserale vecchio stampo, La Tata è ancora per molte delle sue caratteristiche non una sit com così come noi la concepiamo, ma una vera e propria situation comedy: trenta minuti lordi di palinsesto, impostazione teatrale, risate di sottofondo, girata sempre negli stessi ambienti, per lo più al chiuso e con un ridotto numero di protagonisti appartenenti allo stesso nucleo familiare. Questa la base per i continui siparietti tra l’inglese vedovo Signor Sheffield e la ciociara bambinaia improvvisata Francesca Cacace, una Fran Drescher che ha rispolverato il mito della ciociaria in Italia (anche se nell'originale Fran è un'ebrea del Queens) e ha sia prodotto che ideato questa serie, geniale nella sua semplicità, nel suo sfruttare a suo vantaggio un’illimitata serie di luoghi comuni, al punto di ricevere la nomination al Golden Globe nel 1996 e nel 1997.
Fran Drescher e Charles Shaughnessy sono Francesca Cacace e Maxwell Sheffield ne La Tata
Pensati per tutta la famiglia come vuole la tradizione, in realtà gli episodi riescono ad offrire brillantemente più livelli di lettura grazie ad un lavoro di script che oggi si riserva solo alla serialità più alta, quella da quarantacinque minuti a puntata, quella da prima serata. Questa penna arguta ha come suo portavoce prediletto l’inimitabile maggiordomo Niles, che nei suoi battibecchi con la algida socia del’impreesario C.C. Badcock e con le sue continue allusioni dà vita ad un mondo di doppi sensi che sfuggono quasi del tutto alle orecchie di un pubblico da bollino verde pur lasciando che lo spettatore più smaliziato e più colto ne colga tutta la sottile ironia.
Serie dopo serie i tre figli di Sheffield crescono sani grazie alla Tata-mamma e si impara presto a conoscere anche i personaggi secondari, tra cui le geniali Zia Assunta e Zia Ietta, due macchiette da teatro leggero in grado di sorprenderci senza mai uscire dal loro stereotipo; e ovviamente anche l’ambiguo rapporto bambinaia-padrone sfocia sempre più verso la fin troppo palese e sospirata storia d’amore. Eppure nessuno si annoia: sappiamo fin dall’inizio di ogni puntata come andrà a finire, ma non ci stanchiamo mai di guardare, non stancano le minigonne surreali della Drescher, i suoi urletti, il suo essere felicemente inopportuna sempre e comunque, non stancano le gag di Niles, o le liti con il signor Sheffield; non stancano perché la macchina è ben pensata e non si siede mai sugli allori del suo successo.
È proprio per questo che dopo sei stagioni La Tata si è conclusa: i prodotti di qualità, fatti a mano, con dedizione, e con gli ingredienti di più alta scelta, non si piegano ai conservanti e hanno, per forza di cose, una data di scadenza.





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