Dissacrante e nichilista, il dittico di culto diretto da Joe Dante è quanto di più eversivo rispetto all'ipocrisia frenetica che riempie le giornate delle feste natalizie
Chi ha detto che durante le feste natalizie c'è spazio soltanto per le visioni edulcorate che inneggiano ai buoni sentimenti e alle azioni edificanti? A queste, sinceramente, preferiamo la carica eversiva e lo spirito squisitamente nichilista che si sprigiona da una pellicola come Gremlins, che fa scempio di tutti gli ipocriti e consumistici presupposti che tale ricorrenza alimenta.
Nato sotto l'egida di uno Spielberg all'apice del successo, all'epoca ancora esploratore indefesso di nuove tecnologie e talenti, diretto da un Joe Dante in stato di grazia, prodotto da una Warner Bros
titubante sino alla fine sull'esito della pellicola, ritenuta per molti aspetti troppo audace, violenta e perturbante per il target familiare a cui era destinata, Gremlins si rivelò un successo al box-office, tramutandosi in men che non si dica in cult assoluto.
Ma come si fa a procurarsi un tenero cucciolo di Mogwai da mettere sotto l'albero per regalarlo al proprio figlio? Beh, si può sempre cercare nei bassifondi della misterica Chinatown, dove può capitare di incontrare un savio mandarino squattrinato che ne custodisce gelosamente un esemplare, ma non sperate che sia disposto a venderlo, perché è consapevole che “con Mogwai arrivare molta responsabilità”. Assai più probabile che a rubarlo per voi sia il suo giovane e sprovveduto nipote, che ve lo consegna non prima di avervi ricordato le tre indispensabili regole per poter accudire la rara creatura: non esporla alle fonti di luce, quella del sole potrebbe addirittura ucciderla, non lavarla e, soprattutto, mai, ma proprio mai dargli da mangiare dopo la mezzanotte, neanche se dovesse implorarvi.
Le regole, si sa, son fatte per essere violate e ben presto si scopre che a contatto con l'acqua il Mogwai viene preso da spasimi e convulsioni, la schiena inizia come a bollire e presto cicciano e si staccano palline di pelo che in pochi minuti assumono le forme degli esseri adulti, soltanto molto più dispettosi e aggressivi rispetto al proprio genitore. I guai seri, però, arrivano quando si contravviene alla terza regola. In tal caso il Mogwai inizia il suo stadio pupale, molto simile per forma e copiosa secrezione elle uova aliene disegnate da H.R. Giger, e comincia a trasformarsi dall'amabile essere dal vello batuffoloso e, dal canto melodioso qual era, in un gremlin, terrificante e malefico mostriciattolo che metterà a ferro e fuoco la vostra città. Non prima di aver sconquassato il rassicurante ambiente familiare, facendo della cucina un truculento ed efferato campo di battaglia e delle tendine delle finestre un fazzoletto per un sonoro scaracchio.
Una fiaba moderna ai limiti dell'horror, concepita nell'alveo ribelle della “nuova” macchina hollywoodiana, qui al suo meglio grazie a un cast tecnico eccezionalmente inventivo: sceneggiatura ufficiale di Chris Columbus, il design dei gremlins e gli effetti speciali affidati al geniale Chris Walas, e Gerry Goldsmith che per l'occasione confeziona una colonna sonora tetra e incalzante come in seguito solo Danny Elfman per Tim Burton saprà realizzare, con una title track che è un infernale jingle natalizio.
Su tutto campeggia l'umore satirico e il piglio scatenato, goliardico e dissacrante di Joe Dante, che organizza una sorta di Looney Tunes in live action (e questo molti anni prima che il regista omaggiasse esplicitamente con un altro suo bel film la famosa serie di cartoni animati della Warner), una critica feroce allo squallore e alla falsità che sottende l'American way of life.
Il director formatosi alla corte di Roger Corman sfodera tutto il suo bagaglio da cinefilo, e lascia che a fare da contrappunto alle inquadrature del suo capolavoro siano le immagini trasmesse dagli apparecchi televisivi perennemente accesi. Naturale, dunque, che con tale procedimento metalinguistico Joe Dante passi dalle scene mielose de La Vita è Meravigliosa di Frank Capra a quelle cupe tratte dall'Invasione degli Ultracorpi di Don Siegel. E nel mezzo, ma anche sopra e sotto, viene citato tutto il cinema possibile: Spielberg in primis, ma anche il Tobe Hooper di Non Aprite Quella Porta, l'Humphrey Bogart di tanti noir e il Paul Newman “spaccone”, i classici della Disney e tanti b-movie della RKO, e poi Flashdance, Cocoon e chi più ne ha più ne metta.
Il candore del manto invernale che ricopre l'intera cittadina e gli addobbi natalizi che ovunque fanno bella mostra di sé, non bastano a celare l'amalgama di intolleranza e selvaggio liberismo che muove gli abitanti di questa comune provincia degli States. Ben venga allora, l'orda distruttiva dei gremlins, che violenti e sghignazzanti faranno, almeno per una notte, tremare le fondamenta di tale e tanto perbenismo. E anche se, in fin dei conti, ci troviamo di fronte a una pellicola per cui l'happy end è d'obbligo e tutto deve rientrare nei ranghi, al termine della visione un sottile senso di disagio continua a scorrere sotto pelle, come quando nella vita si scopre che Babbo Natale non esiste e tale consapevolezza si riverbera sinistramente sul senso che diamo alle cose.
In ogni modo siete avvisati: attenzione ai pacchi che aprirete questo Natale, potreste ricevere in dono un tenero Mogwai e scambiandolo per un peluche scatenare il putiferio.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento