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  • Sherlock Holmes: un classico non invecchia mai
di Federica Aliano


Adattamento attualizzato e fracassone ad opera di Guy Ritchie. Magnifica la coppia Downey-Law, che però non riesce a sottintendere qualcosa di più profondo

Robert Downey Jr. e Jude Law nello Sherlock Holmes di Guy Ritchie

È qualcosa di profondamente importante quel certo non so che, quell’aura che ha reso l’investigatore privato di Baker Street adorato da generazioni e generazioni di estimatori. E se è vero che a Natale, per uno strano paradosso, la gente ama andare a vedere al cinema scazzottate e sparatorie più che famiglie intorno all’albero e angeli che mettono le ali, è anche vero che non è necessario attualizzare proprio tutto quello che è stato fatto in passato.
La versione steam punk di Sherlock Holmes, ad opera del sempre sopravvalutato Guy Ritchie, non fa eccezione nella sua filmografia e ricalca stilemi cari al regista anziché cercare una chiave di lettura adatta all’intramontabile personaggio.
Intendiamoci, ci sta benissimo che Holmes scommetta su se stesso agli incontri di pugilato (leggete Conan Doyle e li troverete), va piuttosto bene togliergli di dosso la mantella di tweed, la lente di mano e il cappello con il copriorecchie dalla testa (anche se siamo certi che Robert Downey Jr., con la sua incredibile autoironia, sarebbe riuscito a indossarlo e a non perdere nemmeno un grammo di sex appeal), quello che proprio non va è se fai perdere a un personaggio il suo charme al solo scopo di “svecchiare”.
E la sottile ma importante differenza tra “vecchio” e “classico” deve essere proprio il concetto che è sfuggito a Ritchie, che ricrea una Londra in digitale a dir poco inguardabile, con una color correction da film di fantascienza e dei movimenti di macchina artificiali ridondanti ed eccessivi. La magnificenza dell’effetto speciale e i campi lunghi e lunghissimi, le carrellate e i dolly in digitale, il ponte di Londra che si fa teatro di scene chiave non fanno affatto respirare l’atmosfera dell’epoca, che andava ricercata nei dettagli, quei particolari tanto cari ai londinesi, e non in una fastidiosa visione d’insieme che sfugge persino al suo creatore. Molto meglio allora il personaggio di Rachel McAdams, burlesque fin dalla scelta dei corsetti e delle calze, che passeggia tra mangiatori di fuoco, giocolieri e trampolieri. Lei sì che sa delineare un’epoca con pochi gesti.
Robert Downey fa eccezione: lui è sempre, e ormai ovviamente, magnifico. Non solo per la fisicità (che però Ritchie ostenta anche un po’ abusandone), ma soprattutto per il divertimento che trasuda. La sua accoppiata con Jude Law si è rivelata inaspettatamente vincente, tanto che i loro Holmes e Watson hanno dato vita a un buddy movie che presto si farà franchise sulla scia di Die Hard. Però le scazzottate con un tipo dal cervello fino e l’altro che sbuffa sempre, in Italia si facevano vent’anni fà, con la magnifica coppia Bud Spencer e Terence Hill...
In sostanza il film potrebbe decollare, ma è troppo fracassone e troppo “Guy Ritchie movie" per riuscire a dire qualcosa di sensato. I ragionamenti di Holmes sono faciloni e perdono l’arguzia tipica del personaggio, le strizzate d’occhio alla modernità non presuppongono riflessioni da parte dello spettatore, che non necessita di cervello acuito, ma può starsene tranquillamente stravaccato sulla poltrona a subire passivamente un intreccio che non c’è, non si ingarbuglia mai come dovrebbe.
Roba da ragazzini.





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