Dopo sei stagioni, il geniale dottore ispirato a Sherlock Holmes e interpretato dal grande Hugh Laurie è ancora la rockstar dei medical drama
Diciamo la verità, in tutti noi c’è un po’ di Greg House. Quante volte avete pensato di mandare a quel paese il vostro datore di lavoro o rimettere a posto il partner che vi ha spezzato il cuore? Ma andiamo più a fondo: quante volte avete sentito quell’impulso che vi avrebbe fatto oltrepassare il limite dell’equilibrio morale e all’ultimo minuto avete frenato con grande fatica? Nel mondo governato da House, “sì” è sempre la risposta a tutto. E non ci sono limiti, perché lui punta dritto come un treno, camminando (o meglio, zoppicando) controcorrente e buttando giù chiunque abbia la (s)fortuna di capitare sulla sua strada. Addicted to the addicted. Quattro parole che riassumono perfettamente il perché dopo sei anni trascorsi in sua compagnia, il geniale diagnosta del Princeton-Plainsboro Hospital continua a ipnotizzarci davanti al piccolo schermo. Non si tratta solo del personaggio che ha rivoluzionato il medical drama facendo precipitare dalla cima del podio il George Clooney di E.R., ma ormai siamo davanti a una vera icona pop: il miglior adorabile bastardo che la televisione abbia mai conosciuto. Uno che ama tenere il mondo per le palle, “stanando” sempre il limite e spostandolo ulteriormente, puntata dopo puntata. E se i cattivi sono più interessanti dei buoni, i finti cattivi che sotto sotto hanno un grande cuore lo sono ancora di più. Dopo oltre 120 episodi abbiamo imparato ogni cosa sulla medicina interna, ma soprattutto siamo rimasti affascinati dalla visione "housiana" del mondo in chiave borderline. Ecco il potere del Dottor House, un manipolatore che riesce perfino a controllare chi sta al di là del piccolo schermo.
“La sua genialità sta nella capacità di trovare una soluzione inesplorata davanti a una determinata situazione”. Questo è uno dei passaggi iniziali di un libro supergeek che, credeteci o no, si chiama La filosofia del Dr. House (edito da Ponte alle Grazie). Ed è un bel biglietto da visita che cattura in pieno il personaggio. Citando il grande Bardo, diciamo che c’è del marcio in House ed è proprio quello di cui non possiamo fare a meno. Chi dobbiamo dunque ringraziare? Di certo senza il produttore Bryan Singer non ci sarebbe mai stato nessuno Hugh Laurie (e ormai tutti conoscono le leggende che si raccontano su quel provino), ma soprattutto chi scrive i copioni merita una standing ovation. Il team di sceneggiatori, supervisionato da Paul Attanasio, ha realizzato un lavoro impeccabile per ogni puntata. Se in tutte le altre serie si ha sempre la sensazione che alcuni episodi girino a vuoto o siano di transizione, in Dr. House questa sensazione è ridotta ai minimi livelli, perché tutto è sotto controllo.
Se dovessimo fare un bilancio delle sei stagioni, probabilmente diremmo che la quarta è quella con meno spessore, non a caso è stata quella colpita in pieno dallo sciopero degli sceneggiatori. In quegli episodi i nuovi personaggi schiacciano i vecchi, il ritmo delle dinamiche tra loro vacilla e soprattutto non c’è spazio per l’inseparabile Vicodin, il "risolvi problemi" del caro dottore.
“Questa è la storia di uno specialista strafatto di farmaci, burbero, puttaniere e per lo più disabile”. Immaginiamo così le prime parole di Bryan Singer, e insieme lo shock provato dall’amministratore del network Fox mentre le ascoltava! Ma la verità è che erano i tempi giusti, quelli di sganciare una bomba nell’intero business televisivo. Ed è così che, sebbene la struttura di ogni episodio si basi sempre sulla stessa formula, questi personaggi crescono e diventano una famiglia, il tutto assicurandosi sempre di non allontanarsi troppo dal politicamente scorretto. E intanto noi ci divertiamo a scoprire chi si beccherà il colpo all’inizio della puntata e veniamo coinvolti nei complessi casi che House risolve come Sherlock Holmes. Il resto è puro drama di ottima qualità, uno di quelli che soltanto gli americani sono capaci di realizzare: gli attori pronunciano una battuta memorabile, poi si fermano affidandosi a un'espressione malinconica, mentre la musica melodrammatica fa il resto. Quello è il momento in cui ci ritroviamo con la pelle d’oca!
Si dice che i produttori abbiano approvato fino a oggi un totale di otto stagioni, pensate siano troppe? La verità è che House M.D. è una di quelle dipendenze che non nuoce mai alla salute. E siamo certi che se il mitico dottore fosse qui, ci liquiderebbe in due secondi esclamando: “Andiamo, non dovete ringraziarmi. Io sono così e basta!”.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento