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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Articoli
  • J.D. Salinger: the catcher in the field of dreams
di Alessandro De Simone


Come si può raccontare una vita che nessuno conosce? Proviamoci e vediamo se funziona

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J.D. Salinger è morto. Holden Caulfield vivrà per sempre, continuando ad acchiappare la segale nell’immaginazione dei tanti ragazzi che da cinquantanove anni leggono quell’immenso capolavoro che è Il giovane Holden. E basterebbe questo per completare il coccodrillo di uno scrittore leggendario che da oltre cinquant’anni ha vissuto recluso, pubblicando solo pochissimi racconti, di cui sembra esserci un patrimonio di manoscritti - che se fosse vero provocherà una guerra senza quartiere tra le più grandi case editrici del mondo - e di cui si è parlato quasi esclusivamente in termini psichiatrici da quando ha deciso di ritirarsi dal mondo.
Ma in fondo, se qualcuno decide di non essere in grado di confrontarsi con la realtà che lo circonda o semplicemente, per arroganza o estrema lucidità, considera la società in cui abbiamo deciso di inserirci, volente o nolente, destinata all’estinzione, quantomeno intellettuale, c’è ben poco da dire, a meno che non si vogliano scrivere banalità supponenti basate su notizie di seconda o terza mano.
Le notizie fondamentali della vita di J.D. Salinger sono poche. Nasce a New York il 1 gennaio del 1919. Quando si nasce o si muore in una data particolare, vuol dire che nella vita hai fatto qualcosa per cui vale la pena essere ricordato. È successo a Fellini, a Eduardo e a Charlie Chaplin. Già, quello strano ometto che rubò la donna a Salinger, Oona O’Neill, figlia del drammaturgo Eugene. Anche certe cose non succedono per caso. E questa è un’altra notizia importante. Ha fatto la guerra Salinger, ha combattuto in Normandia ed è stato tra i primi a entrare nei campi di concentramento dopo la disfatta tedesca. E questa è un’altra cosa importante.
Nel 1951, dopo aver pubblicato dei racconti sul New Yorker, viene dato alle stampe The Catcher in the Rye, la storia in buona parte autobiografica di Holden Caulfield, un giovane problematico che in duecento pagine scarse racconta l’universo degli adolescenti e l’ipocrisia della borghesia americana.
Due anni dopo lascia New York e si trasferisce nel New Hampshire, a Cornish, dove vivrà fino alla morte, avvenuta il 28 gennaio del 2010. Nel mezzo un paio di matrimoni, molte relazioni con ragazze giovanissime, un paio di figli, pochissime pubblicazioni, a quanto pare migliaia di pagine scritte e mai date alle stampe. Polemiche, cause per plagio, accuse di ogni tipo da parte di familiari e amici che possono essere vere o false, in ogni caso non provate e quindi inutili speculazioni.
Eppure, c’è un modo per conoscere un Salinger diverso e non serve analizzare con argute critiche i suoi lavori letterari. Basta leggere uno sconosciuto romanzo, almeno in Italia, e provare a immaginare che qualcosa sia successo in tutti questi anni.
Shoeless Joe, di W.P. Kinsella, da cui è stato tratto L’uomo dei sogni, film diretto da Phil Alden Robinson e interpretato da Kevin Costner. Nel romanzo Ray Kinsella, l’uomo che decide di distruggere il raccolto di granturco mettendo a repentaglio la sua bellissima fattoria nel bel mezzo dell’Iowa, il granaio d’America, per dare ascolto a una voce che arriva dalle pannocchie, decide che c’è solo un uomo che può aiutarlo a risolvere il mistero. E quell’uomo è J.D. Salinger (che per la cronaca si chiama Jerome David). Lo rapisce, lo porta con sé a vedere partite di baseball allo stadio e poi nel suo campo nel grano, dove giocano i reietti del baseball, i nove dei Chicago White Sox, Shoeless Joe Jackson, i diseredati del Grande Paese. Dove c’è probabilmente anche un catcher in the rye. E Salinger alla fine decide di andare a farsi raccontare l’America dai fantasmi. Perché solo loro sanno cosa è successo veramente.
Anche Salinger sapeva cosa sarebbe successo all’America. Lo racconta tramite il giovane Holden Caulfield, che quarant’anni dopo era perfettamente in grado di affrontare una Tempesta di ghiaccio e dopo appena dieci confrontarsi con un’American Beauty, magari dopo un Easy Rider con Rusty il selvaggio.
J.D. ha preferito diventare un fantasma. Lasciando ad altri l’onere di scoprire che fine ha fatto Holden.





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