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  • Carriers
di Andrea Grieco


Un gioiellino che dimostra come un cast affiatato e un'idea efficace non richiedano grandi budget per riuscire

Carriers. (Particolare di una scena del film)

Dopo il successo ottenuto nelle sale americane e l'entusiasmo suscitato all'anteprima dello Science+Fiction di Trieste, Carriers è ora disponibile in almeno due pregevoli edizioni digitali, che ovviamente non battono bandiera italiana. Anche consumato tra le mura domestiche, il film diretto dai fratelli Alex e David Pastor riserva tutto il piacere di una visione entusiasmante e per niente scontata, che giustifica pienamente l'attesa nei confronti delle future prove di coloro che vengono già considerati una promessa dell'horror, a meno che prima non si lascino fagocitare e metabolizzare dalle regole dell'establishment, magari accettando la regia di un ennesimo e sterile reboot.
In quest'ultimo caso sarebbe davvero un peccato perché Carriers rappresenta il classico esempio di come un budget contenuto, un cast affiatato e un'idea efficace possono continuare a dar vita a pellicole che niente hanno da invidiare alle stratosferiche produzioni di matrice hollywoodiana. E oltremodo interessante è che questo gioiellino, oltre a fregiarsi di una cura estetica ragguardevole, compie alcune efficaci effrazioni proprio nei confronti delle regole consolidatesi nell'immaginario di ogni buon consumatore di cinema.
Carriers. (La copertina della versione Home Video)Pur avendo tutti i tratti distintivi di tanti titoli dagli umori millenaristi visti nelle ultime stagioni, Carriers sovrappone e squilibra modalità e campi semantici propri di diversi generi, riuscendo a ottenere come effetto principale quello di sorprendere lo spettatore e di accentuare l'inquietudine delle ansie ingenerate nel corpus dell'odierna società. Il rischio attuale e sempre più ricorrente di un'esiziale pandemia, ad esempio, viene dai Pastor declinato secondo gli stilemi di un film di zombie, salvo poi sostituirvi l'archetipico topos dell'assedio con quello della fuga, tentata dai protagonisti che cercano disperatamente di raggiungere una fantomatica spiaggia del Messico, presumibilmente non contaminata. Proprio quest'ultimo espediente fa in modo che Carriers assuma, neanche tanto velatamente, i ritmi e i toni di un road-movie, le cui sequenze scorrono di preferenza sotto la luce accecante del giorno, contravvenendo alla consuetudine di avvolgere di tenebre e oscurità le manifestazioni orrorose.
Si segue quindi con particolare apprensione e sgomento il viaggio dei quattro ragazzi, tra cittadine desolate e siti apparentemente sicuri, verso una meta che con lo scorrere delle immagini diviene sempre più utopica. Un itinerario costellato di momenti adrenalici, per descrivere il quale i registi iberici scelgono di affidarsi maggiormente alla componente atmosferica e a una messa in scena che rifugge dagli spargimenti di sangue, puntando sulle delicate dinamiche interpersonali. Tanto che dell'intera pellicola a far più paura è la tensione scaturita dai dubbi e sospetti che si insinuano tra i componenti del disperato tragitto, due fratelli con le rispettive compagne, il cui istinto di sopravvivenza decreterà un abbrutimento morale che condurrà a nefaste conseguenze.
Ovvio che un film così fatto abbia solleticato i più avveduti addetti dell'home entertainment, e mentre si attendono le edizioni spagnole e tedesche, per le quali si vocifera di confezioni oltremodo curate e lussuose, ci si può accontentare della visione consentita dal buon disco uscito per la Paramaunt, rigorosamente import: concept e fattura essenziali per un riversamento di tutto rispetto, limpido, rispettoso delle eleganti soluzioni fotografiche originali.





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