Slowjournalism e autoproduzione intelligente: quando il giornalismo si reinventa
Tempi bui per il fotogiornalismo. Vari di fattori, arcinoti ai più, stanno attaccando uno dei lavori più mitizzati e sognati: un insieme di avventura, forte senso dell’etica e cosmopolitismo ricoprono la figura del giornalista fotografo. Una professione che ricopre il ruolo di narratore e viaggiatore, forse è qui il fulcro del successo nella sua figura.
Nel Far West del panorama mediatico ci troviamo nella fase in cui abbiamo grandi vantaggi come utente dato che tendezialmente riusciamo ad accedere a una quantità illimitata di contenuti in maniera più o meno legale, mentre chi produce questi contenuti lo fa sempre più in maniera gratuita o economicamente insostenibile. Poi c’è chi cerca di anticipare i tempi e si concentra sui mezzi di comunicazione, lì dove è il fulcro del cambiamento e non sui messaggi che vengono poi comunicati. E allora abbiamo personaggi come Steve Jobs e il suo nuovo e deriso iPad (davvero sarà un fiasco?) che già fa accordi con il New York Times, prossimo a ristabilire i contenuti a pagamento. Ma per non rischiare che questo articolo diventi la solita riflessione sulle nuove tecnologie torniamo ai fotogiornalisti e senza fretta andiamo alla scoperta dello “slow-photojournalism”.
Lo spazio romano Mandeep, piccolo come una botte col buon vino, ospita un interessante progetto di fotografia e video reportage finalizzato a registrare i cambiamenti in atto nella regione di Sochi, una cittadina russa che ospiterà le Olimpiadi invernali del 2014. Per i prossimi cinque anni il Sochi Project, attraverso un mix dinamico di fotografia documentaria, film e reportage documentarà con la massima cura e dedizione questa regione investita da voleri superiori inarrestabili e difficilmente condizionabili. Un’altra parte del mondo dove gli abitanti hanno perso il diritto di vivere in casa propria.
Stavolta il nostro interesse non è tanto sulla qualità del lavoro realizzato o sul tema d'indagine, bensì sul modello di business messo in atto. Lavori di tale portata e lunghezza hanno bisogno di fondi. L’idea del fotografo Rob Hornstra e dello scrittore/filmaker Arnold van Bruggen è stata quella di organizzare una parallela campagna di autofinanziamento, attraverso il loro sito e attraverso diverse forme di sostegno economico, soprattutto l’autopromozione, la raccolta fondi e il collezionismo fotografico.
Siamo stati alla serata di apertura e abbiamo scambiato due parole con Arnold van Bruggen:
Stiamo vivendo una crisi del settore editoriale e della fotografia giornalistica, ma ci sono esempi come il vostro che aprono nuove strade. Pensi che voi facciate parte di casi isolati oppure individui nella vostra via il futuro del fotogiornalismo?
Io sono uno scrittore e un filmmaker. Ho creato questo progetto con Rob, fotografo. Ma ci sono anche esempi come il New York Times, uno dei media più grandi al mondo. Alcuni mesi fa hanno cooperato con questo piccolo sito web, spot.us, un sistema che invita le persone a dare i loro soldi per singoli progetti di reportage. Come ad esempio il progetto Plastic Island dedicato all’Oceano Pacifico. Alcune persone hanno inviato i propri soldi per questo reportage che andava alla ricerca delle aree di maggiore inquinamento e il NYT lo ha poi pubblicato. Penso che questo genere di “media giganti”, come appunto il NYT, già cooperano con certi piccoli progetti collaborativi. Questo genere di approccio rappresenta il futuro. Ma dall’altra parte il Sochi Project è un lavoro più esteso nel tempo perché prende cinque anni e perciò abbiamo bisogno di molto più denaro. A mio parere oggigiorno i fotografi e i filmakers hanno solo questo sistema per i loro progetti a lungo termine. I giornali hanno tagliato i budget per i corrispondenti esteri, per i fotografi, per i commissionati. Siamo alla ricerca di nuove risorse economiche.
Riescite da soli a organizzare tutto oppure avete instaurato altre collaborazioni?
Diciamo che facciamo tutto noi due, ma abbiamo una terza parte molto importante. Un designer che lavora al sito e all’immagine. Perché siamo convinti che per attirare il maggior numero di persone si debba offrire qualcosa di molto buono. Un sito vivo, ad esempio un blog ben fatto, cose di questo genere. Effettivamente è la direzione che abbiamo intrapreso.
Voi pagate questa terza parte oppure avete un altro genere di rapporto collaborativo?
Lavoriamo su commissione. Più soldi riusciamo a raccogliere e più possiamo investire in comunicazione e spese logistiche. É molto buono perché ognuno di noi dà il meglio sapendo che più riesce il progetto, più lavoreremo perché avremo raccolto più fondi.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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