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  • Harper’s Island: uno dopo l'altro
di Ilario Pieri


Un Grande Fratello un po' splatter un po' Agatha Cristie: ci sono diversi motivi per non perdersi questa nuova creatura della CBS

Harper's Island

Gasp, che storia! In un vecchio numero di una leggendaria collana a fumetti di genere horror, una donna si sbarazzava del marito legandogli dei blocchi di cemento ai piedi e gettandolo in fondo ad uno stagno. Quello però tornava su, come un incubo sepolto in fondo all’inconscio, con le alghe tra i capelli e con un occhio martoriato dai pesci.
Anche Abby Mills, protagonista della serie made in Usa Harper’s Island, tenta di assassinare il suo passato, spingendolo in fondo al pozzo della memoria. Quando, per celebrare il matrimonio del suo migliore amico, torna sul luogo del massacro, consumatosi sei anni prima delle nozze, i ricordi affiorano nuovamente, come tanti cadaveri sparsi su acque morte. Una carneficina suggellerà il ritorno sull’isola del gruppo di ragazzi partiti da Seattle e diretti nel piccolo e oscuro villaggio per festeggiare l’unione per la vita (finché morte violenta non li separi) tra il giovane a modo Henry Dunn e la bella e ricca Trish Wellington.
Questo curioso esperimento della CBS ideato da Ari Schlossberg e prodotto da Jon Turteltaub si compone di soli tredici episodi per un’unica stagione; ogni capitolo del libro di sangue si chiude con la morte di almeno un personaggio. Il riferimento al mondo dei comics non è poi così peregrino e per accorgersene basta dare una scorsa ai titoli delle puntate. Whap, Crackle, Bang, Splash, Sigh: ogni rintocco funebre della campana scandisce l’eliminazione di uno dei partecipanti con un suono onomatopeico (come di norma accade nel pianeta delle nuvole parlanti), lo stesso suono o rumore prodotto dall’eliminazione del concorrente al momento della dipartita. Sì perché, nonostante l’idea sia stata salutata come l’incontro (meglio: lo scontro e senza barelle da campo) tra Dieci piccoli indiani di Agatha Christie e Scream di Wes Creaven, non può non saltare agli occhi l’analogia con la logica perversa dei reality show.
Al motto di one by one (uno dopo l’altro) come recita l’inquietante voce sui titoli di testa, Harper’s Island potrebbe essere una sorta di Grande Fratello letale, dove lo spettatore a casa è tenuto a risolvere il misterioso arcano e al contempo si diverte a scommettere sul giocatore che riceverà la visita inaspettata della signora con la lunga falce. Una visita imprevista sul serio poiché sul set quasi nessun attore sapeva esattamente quando doveva uscire di scena se non al momento della consegna del copione. Harper’s Island non si prefigge lo scopo di rivoluzionare la storia del thriller macchiato da schizzi splatter e non vuole sottoporre il suo pubblico a riflessioni particolari (nonostante ci provi in una prima parte di segreti, sciarade, tradimenti e piccole lotte di classe) bensì si mostra un prodotto non privo di difetti, ma capace di avvincere e divertire.
Come ogni buon film truculento che si rispetti, anche questo dissemina lungo il suo lungo tragitto falsi sentieri, tra fango, luoghi spettrali e pezzi di corpi lasciati a marcire, in grado di depistare lo spettatore. Ci sono ragazzi sbandati, bulli di quartiere, bambine con il Sesto Senso, padri e figli alle prese con qualche rancore di troppo, uno zaino pieno di dollari con i quali pensare di cambiare rotta al proprio infausto destino, combinando piccoli omicidi, ma così, tra amici e, naturalmente, di episodio in episodio, i sospettati si moltiplicano come le orme fangose lasciate sulla terra per sfuggire al sadico di turno.
Il gatto insegue il topo insomma, ma prima di farselo scivolare tra le zampe lo invita a seguire la scia di formaggio, torturandolo con trappole e tranelli di ogni tipo, e la strategia funziona perché, inizialmente. il roditore non si rende conto di essere un ostaggio.
L’aspetto tecnico è molto curato e riflette la personalità dei giocatori: i colori caldi delle atmosfere briose dei primi giorni si spengono al crepuscolo di albe sempre più cupe, dalle tonalità fredde e tenebrose come una mente candida in preda all’ansia e all’angoscia. A tal proposito appaiono anche molto riuscite le definizioni di spazio offerte dalle scenografie: gli esterni regalano boschi e foreste dalle lunghe ombre sulle quali danzano corpi massacrati mentre gli interni amplificano le paure e le tensioni di un gruppo di compagni di viaggio tenuti ad accusarsi fra loro mentre inseguono il folle macellaio tra botole e nascondigli nella migliore tradizione del mystery. Ottimo il presupposto anche se agli sceneggiatori è forse mancato un pizzico di coraggio nel portare avanti una vicenda che avrebbe potuto trovare una conclusione più ardita perché, quando il terrore corre sul filo, bisogna stare attenti a non spezzarlo.





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