Al suo terzo round cinematografico, il regista di Donnie Darko dirige Cameron Diaz e James Marsden in uno sci-fi thriller fin troppo gelido per incutere tensione
Ventiquattro ore per decidere. Una scatola con all’interno un pulsante: se premuto guadagnerete un milione di dollari in contanti ma, da qualche parte nel mondo, causerete la morte di qualcuno che non avete mai conosciuto. Questa è la formula del nuovo sci-fi thriller di Richard Kelly, tratto da un episodio della serie Ai confini della realtà, a sua volta basato su Button Button, un racconto che Richard Matheson aveva pubblicato su Playboy nel 1970.
Perché una scatola? Kelly vi risponde attraverso uno dei suoi personaggi: “La vostra casa è una scatola. La vostra macchina è una scatola su ruote. Vi sedete sul divano a fissare una scatola che chiamate TV, ma che in realtà vi corrode l’anima. E infine il vostro corpo è la scatola in cui è rinchiusa l’anima, e inevitabilmente appassisce e poi muore”.
Le premesse c’erano, al suo terzo lungometraggio il regista aveva un ottimo punto di partenza per costruire la tensione e ha ingaggiato la star Cameron Diaz come protagonista, un’attrice che si mette sempre di più alla prova nell’interpretare ruoli drammatici.
La domanda dunque è: come mai The Box fallisce in gran parte nei suoi scopi? La colpa è proprio della sceneggiatura. Stati Uniti anni ’70, ecco la tipica famiglia all'inseguimento del sogno americano. Lei è un’insegnante, lui lavora alla Nasa e aspira a volare nello spazio e naturalmente c’è anche un figlioletto dal volto angelico. Passano pochi minuti ed ecco entrare in scena Frank Langella che aggiunge un altro personaggio inquietante alla sua “fedina penale” cinematografica. Data la cicatrice che gli ha distrutto mezza faccia (dopo essere stato colpito da un fulmine), c’è già chi lo ha paragonato a un mix tra Due Facce e l’Enigmista della serie Saw. L’ultimo esempio arriva proprio per l’offerta che questo genio del male propone alla coppia, ponendo davanti a loro la scatola del titolo. Riuscirà a sviscerare fino in fondo il male che c’è in qualsiasi uomo? Perfino in coloro che sono il prototipo perfetto delle brave persone?
Le risposte sullo studio della cattiveria umana arrivano dopo soli quindici minuti. Ne seguono però altri cento, in cui la vicenda viene stiracchiata fin troppo, fino al punto di brancolare nel buio senza direzione, interrompendo qualsiasi flusso di tensione. L’intera parte centrale di The Box, con tutte le sue teorie da paranoia della cospirazione e complotti, si alza con grande fatica dalla superficie. Nel finale Kelly riesce a sgarbugliare la matassa e a tornare alla sua forma narrativa migliore con atmosfere inquietanti. Ma ormai è troppo tardi per riprendere il film.
E sebbene l’aver usato il digitale per una period piece (un po’ come è stato fatto per Zodiac o Nemico pubblico) ricrei un effetto davvero realistico, la pellicola è fin troppo gelida per appassionare chi sta a guardare. Gli attori ce la mettono tutta, specialmente la Diaz che si mette in gioco emotivamente e fisicamente come non ha mai fatto prima. Fa bene anche James Marsden anche se, nel ruolo del marito aspirante eroe, è ancora una volta lo sfigato di turno.
The Box è certamente un ritorno sui binari giusti per Richard Kelly, dopo il grande fiasco di Southland Tales: il regista sa come impostare il tono visivo di una storia, tenendo sempre a mente due dei suoi chiari idoli. Da una parte il David Lynch enigmatico e da incubo, dall’altra il Brian De Palma d’annata, quello degli horror alla Carrie – Lo sguardo di Satana. Infine anche le musiche degli Arcade Fire contribuiscono a spingere l’acceleratore della paranoia: se solo il film fosse durato mezz’ora in meno (l’episodio televisivo originale durava sessanta minuti), avrebbe potuto tenere il ritmo giusto per questa operazione di “rigonfiamento cinematografico”.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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