Dopo lo spettacolo elettrico, la tappa romana del meraviglioso tour acustico della cantantessa catanese
Auditorium, Sala Santa Cecilia. Gremita anche stavolta. In pochi anni Carmen Consoli si è confrontata con il pubblico alternando tour elettrici, quasi violenti, come quello per il decennale di Mediamente isterica, e concerti più ariosi e riposati il cui culmine fu L’anello mancante in cui affrontava spavalda i suoi fan per quasi due ore solo con la forza della voce e l’accompagnamento della chitarra acustica. Quest’anno per celebrare (più che promuovere) il suo Elettra, album che sancisce un’ulteriore crescita nello sviluppo musicale e compositivo della cantantessa catanese, Carmen ha deciso di sdoppiarsi e affiancare un set acustico a uno più elettronico (che prende il nome dal brano più disturbante e sperimentale di Elettra, Ventunodieciduemilatrenta) dove si cimenta con il basso elettrico.
Mercoledì, smesse almeno superficialmente le aggressività rock, Carmen si presenta sul palco in tubino nero, calze viola, tacchi vertiginosi e un fermaglio/veletta molto anni ’30, accompagnata da una band rigorosamente acustica (chitarre e mandolini, contrabbasso, violino, flauto e sax soprano, batteria e percussioni). Il suo atteggiamento di vezzosa e languida ironia è subito diradato dal bellissimo brano d’apertura del concerto, Perturbazione atlantica: “I giorni volano confusi e inquieti/come mosche a tavola/domani è festa e tutto il paese/già freme per la processione” è un incipit che contiene in sé tutte le caratteristiche del modo di raccontare ricercato e piano al tempo stesso della scrittura, musicale e non, della Consoli.
La prima parte del concerto è quasi tutta dedicata ai brani dell’ultimo album (straordinaria la violenza acustica con cui suona dal vivo l’acida Mio zio, urlo folk di dolore che racconta di conformismo e abusi sessuali: “Ho messo un rossetto rosso carminio/ e sotto il soprabito niente/in onore del mio aguzzino”; raffinato il duetto in video con Battiato in Marie ti amiamo) con l’eccezione della romantica L’ultimo bacio e della ruvida Geisha, trasformata in torrido rock tzigano. A fare da cesura, quasi da intervallo al concerto, Carmen esegue tre brani da sola con la chitarra: la tenue Il sorriso di Atlantide, Parole di burro, che diventa una seducente e rarefatta cantilena, e Contessa miseria, una delle canzoni simbolo del suo repertorio, in cui dimostra come l’aggressività si possa mantenere intatta anche in una scarnificata e dolorosa esecuzione.
La band rientra con l’affettuosa canzone – dolente e allegra – dedicata al padre scomparso, Mandaci una cartolina, prima di snocciolare un’ideale galleria di personaggi femminili raccontati nelle canzoni di Elettra e dei due album precedenti, Eva contro Eva e L’eccezione. La sposa abbandonata sull’altare di Fiori d’arancio; la povera Maria Catena, demolita e sfiancata dalle maldicenze delle beghine, pettegole in chiesa (“Cristo in croce/sembrava più infastidito/dalle infamie che dai chiodi”); la rabbiosa invettiva della muta osservatrice di ‘A finestra, in cui il dialetto contribuisce a ricreare il quadro di un oggi volgare e deprimente che potrebbe però riservare un futuro migliore se depurato dalle meschinerie provinciali dei benpensanti.
Si arriva così alla dolente L’eccezione che chiude il concerto prima dei bis: Col nome giusto, ancora da Elettra, l’omaggio alla madre della solare e malinconica In bianco e nero, e un brano, l’unico, tratto da Confusa e felice, l’album che la lanciò nel 1997 dopo l’esordio di Due parole. Per niente stanca diventa così un grido simbolico, che sembra affermare (e ribadire) un segno di continuità nel percorso della Consoli, che ha sempre fatto dell’eclettismo e della sperimentazione il centro di gravità della sua ricerca sulla forma-canzone. Ma non è finita qui perché, dopo l’esecuzione – un po’ balbettante – della convenzionale Senza farsi male scritta per lei da Fabio Abate, cantautore catanese che le fa da supporter nel tour teatrale, Carmen regala un’infuocata e sensuale versione di un brano di Adamo degli anni ’60, La notte, un gioiello che riprende vita grazie alla generosità interpretativa della migliore cant/autrice della nostra scena musicale.
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