// tutti i diritti riservati ™ Alphabet City S.r.l.
E-MAIL
REGISTRATI ALLA NEWSLETTER
.Home .Visioni .Suoni .Letture .Lifestyle
RSS
23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Interviste
  • Conversazione con Jack Ketchum
di Federica Aliano


Un autore poco conosciuto in Italia, ma capace di far scaturire dalla sua mente degli autentici capolavori. Ketchum ci parla del suo La ragazza della porta accanto: una chiacchierata che si rivela una lezione di scrittura creativa

Jack Ketchum

Jack Ketchum è una rockstar. Copriabito in pelle lungo fino ai piedi, capelli folti e ancora ribelli e lo sguardo guizzante di chi invecchia solo anagraficamente. Mentre ci parlava, sorseggiava un drink e il suo sguardo era penetrante.
Probabilmente a questo punto vi starete chiedendo chi è Jack Ketchum, sempre che negli ultimi mesi non abbiate letto molte riviste o non vi sia capitato per le mani uno dei due suoi romanzi finalmente usciti in Italia, Red e La ragazza della porta accanto. Ketchum è un autore di horror, negli States è considerato il nuovo Stephen King – peccato che King sia più giovane di lui e che la scrittura di Ketchum sia di gran lunga migliore. Classe 1946, vero nome Dallas Mayr, ha firmato più di venti romanzi uno più spaventoso dell’altro, raccontandoci paure che non si dissolvono quando si accende la luce. Perché gli orrori di Ketchum sono reali, sono ispirati a casi di vita vera, e l’orrore della realtà supera di gran lunga quello della fantasia.
Come quello narrato ne La ragazza della porta accanto, ispirato al caso di Sylvia Marie Likens, una sedicenne brutalmente torturata fino alla morte da Gertrude Baniszewski, aiutata da un gruppo di ragazzini che comprendeva anche i suoi figli, nel 1965. Sull’agghiacciante argomento esiste un dossier online. Leggetelo solo se siete davvero forti di stomaco. Come pure La ragazza della porta accanto. Noi di Alphabet City siamo accaniti lettori, e sappiamo riconoscere un capolavoro quando ci capita tra le mani. Ecco, questo volume di circa 250 pagine, edito dalla sempre ottima Gargoyle Books, è un gioiello, una di quelle storie che non vi farà smettere di piangere di rabbia e dolore, e di riflettere sul marcio che affligge l’umanità.
La storia di Meg e di sua sorella più piccola è narrata attraverso gli occhi di David, un vicino di casa infatuato di lei, che si rende spettatore e complice di indicibili torture ai danni della ragazza. Ketchum ha da un lato edulcorato la storia, dall’altro però ci ha avvicinato alla vittima, ci ha fatto vivere la sua paura, la frustrazione, l’umiliazione e il dolore.
Lo abbiamo incontrato a Roma. Ecco come un vero autore parla della sua scrittura...

Qui in Italia sei stato sconosciuto fino ad ora, e finalmente sono usciti due libri insieme. Che impressione ti fa? Sei contento di uscire anche in un ambiente così sonnolento?
Credo che sia ottimo, proprio perché sono due libri insieme, quindi forse non siete così sonnolenti. Spero che la gente apprezzi la mia scrittura. Avere due libri pubblicati consecutivamente è buono perché se a qualcuno è piaciuto Red, poco dopo si è ritrovato sugli scaffali anche La ragazza della porta accanto. In questo modo uno scrittore non rischia di venir dimenticato. Negli States il mio editore ha posto sugli scaffali undici miei libri al momento, così se ti piace leggermi, ne compri subito un altro.
La copertina del romanzo La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum, edito in Italia da Gargoyle Books
Ne La ragazza della porta accanto sembra che tu segua una struttura molto simile a quella di Stephen King nei suoi primi romanzi. Come Stand by me e It, con dei flashback molto lunghi...
Credo che sia proprio il tipo di libro a rendere necessario il lungo flashback. Volevo raccontare una storia in cui il protagonista prova rimorso, quindi era necessario strutturarlo così. Allo stesso modo era molto importante per me che lui narrasse in prima persona. Ogni volta che leggi un romanzo, tu ed io, come lettore e autore, abbiamo un accordo segreto: io racconto e tu leggi. Io sto parlando con te. Tu vieni a conoscenza dei fatti filtrati da me, dal mio punto di vista. Usando la prima persona invece, tutto diventa più autentico e più personale: io ho conosciuto questa ragazza, io ho vissuto questo orrore. Tutto diventa molto più immediato, ed è questa l’unica struttura che ho voluto seguire.

Quindi con la prima persona puoi far crescere l’orrore...
Sì, lo puoi ingigantire quanto vuoi e puoi spiegare meglio i fatti e cosa li ha determinati. Ti racconto cosa mi ha portato qui, la gente che conoscevo, e come ne sono uscito.

Cosa mi dici dei sentimenti di David? Lui si sente colpevole per quello che è successo...
E fa bene! Specialmente quando sei giovane, quando stai per entrare nell’adolescenza, e cominci a capire cosa è giusto e cosa sbagliato... Credo che ogni ragazzo abbia un motivo per sentirsi in colpa, ovviamente non così estremo come quello di David. Lui solo in seguito riesce a ricordare, ad accettare di ricordare. A quel tempo ciò che lo legava era la fedeltà a un gruppo che era come una seconda famiglia. Anche io ho visto cose sbagliate, ma per fedeltà alla mia famiglia o ai miei amici non ho detto nulla. Succede a tutti, anche se per cose più piccole, e ti mette pressione. Quindi i sentimenti di David sono simili a quelli che provai io quando ero un ragazzo. Lui è me, il suo rimorso è il mio.

Mi piace il tuo stile, perché racconti i particolari senza mai essere autocompiaciuto, sei molto asciutto. Voglio dire, prendi Breat Easton Ellis: è violento quanto te, ma lui sì che si compiace!
(scoppia a ridere) Ellis lo è! Si compiace anche alle cene e alle feste... non degna nessuno di una parola... In realtà io ci provo sempre, e soprattutto in questo libro: cerco di mantenermi pulito e aperto di mente, evito di aggiungere orpelli oltre ai fatti, solo per renderli più empatici... non serve. Inoltre la sintesi mi fa sembrare tutto più immediato. Cerco di scrivere come se stessi parlando con me stesso, nella mia testa.

Questo libro è ambientato in una piccola provincia americana negli anni Cinquanta e la tua scrittura è così incredibilmente visiva, quasi cinematografica...
Ci sono cresciuto nella provincia degli anni Cinquanta, quindi per me è automatico essere visivo nel descriverla. È esattamente il mio ambiente. Avevo ventotto anni quando scrissi questo libro, il ricordo in me era ancora molto vivido. Dovevo descrivere questa donna che cresce da sola tanti figli... Quando è morta mia madre: ecco, credo che quello sia stato il momento in cui ho capito appieno cosa significhi, perché dovevo fare tutto da solo. I miei ricordi di quella zona, in quel periodo storico, sono misti: ce ne sono sia di buoni che di cattivi, ma i buoni sono di più. Hai presente la scena in cui vanno al luna park e David si innamora di Meg? Dio, come aspettavamo il luna park nella nostra città! Me lo ricordo benissimo e mi ricordo che fu un’era favolosa per certi versi. Ma ho anche dei ricordi orrendi, come le donne che andavano in giro per la strada con gli occhi neri dai pugni presi in casa e nessuno ne faceva parola, nessuno diceva niente. Era una cosa del tutto naturale, da risolvere o sopportare tra le mura di casa.

Sono contenta che tu abbia toccato l’argomento. In Italia c’è ancora questa mentalità, quella di non dire nulla a nessuno, di tenere tutto tra le mura domestiche... In molti posti è così.
Mi stai dicendo che ho fatto qualcosa di buono? Che potrei sensibilizzare la gente? Non posso crederci! Mi fai commuovere (la voce gli trema). In realtà questa mentalità c’è ancora anche in molti posti in America, purtroppo.

Ho letto il dossier della polizia relativo al caso di Sylvia Marie Likens, prima di leggere il tuo romanzo e lo trovo agghiacciante.
Già... e ti rendi conto che quella puttana alla fine non è nemmeno finita in prigione? È libera!

Il tuo libro è pieno di rabbia per l’accaduto: tu non giudichi mai e ti limiti a raccontare i fatti, ma la tua rabbia si avverte in ogni riga...
Giudicare non è il mio scopo, bensì quello di dipingere le vittime e i vittimizzati, come esseri umani. Per questo mi sono messo dal punto di vista di David e non di Ruth. Ci sono tre punti di vista nel libro e sono quelli di David, di Maggie e di Ruth. David è un osservatore che si libera dalla colpa dicendo: tu lo hai fatto, non io, io non ho fatto nulla. Ma ognuno leggendo può fare la propria scelta e decidere se David è realmente innocente.

Nella postfazione scrivi che coloro che reagiscono alla violenza e agli abusi sono gli eroi, coloro che non reagiscono anche se potrebbero ti fanno paura e ti fanno incazzare...
Non è una vera paura, è che non mi fido della gente che non reagisce a certe cose. Se subisci violenza, dovresti gridare e chiedere aiuto, per lo meno. Se non lo fai, c’è qualcosa che non va e io non posso fidarmi di te. Per quel che ne so, potresti anche nascondere un’arma dietro la schiena.

Ho letto in rete che c’è gente che ti considera un maniaco perché scrivi sempre di sadismo e di storie molto violente. Cosa rispondi a questa gente?
Non rispondo. Non me ne frega niente. Per me possono anche scrivere che sono gay. Non lo sono, ma se a loro fa piacere pensarlo, che lo facciano pure. Non devo dimostrare di non essere quello che non sono.





Commenti (21)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica