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  • Professione fotoreporter: intervista a Francesco Cito (prima parte)
di Stefania Biamonti


Tra ricordi e disillusioni uno dei grandi fotogiornalisti italiani ci racconta della sua lunga carriera e fa qualche riflessione sulla professione

Francesco Cito. Photo: Stefania Biamonti

Il 4 febbraio scorso, in occasione dell’inaugurazione di una grande mostra a lui dedicata presso la Wave Photogallery di Brescia, abbiamo incontrato Francesco Cito. Noto fotogiornalista, da anni impegnato in alcuni degli scenari più caldi del pianeta, Francesco è sicuramente un fotografo che ha fatto scuola. Questa mostra infatti, che raccoglie quattro dei suoi lavori più famosi (ovvero quello sui matrimoni napoletani, quello sulla camorra, quello sull’Islam e quello dedicato alla Sardegna) vorrebbe essere un tributo alla sua lunga ed intensa carriera. Tuttavia, per noi è stata soprattutto l’occasione per poter parlare con lui e farci raccontare il suo punto di vista su alcune questioni attualmente molto dibattute in ambito fotografico. Inaspettatamente abbiamo appreso, come non si senta rappresentato dal suo lavoro sui matrimoni napoletani, e come sia stufo di essere associato quasi esclusivamente a quello, ma anche la sua preoccupazione circa il futuro del fotogiornalismo, nonché il particolare attaccamento a
una dimensione “tattile” della fotografia. Insomma, il punto di vista di un fotoreporter dopo trent’anni di carriera.

Ingresso della Wave Photogallery di Brescia, 2010. Photo: Stefania Biamonti

Siamo qui alla Wave Photogallery in occasione di una mostra che ripercorre parte della sua lunga carriera professionale. Riguardando oggi queste foto, si ritiene soddisfatto di ciò che ha prodotto fino ad ora?
Sì. In parte mi ritengo sicuramente soddisfatto, ma in parte, guardando la cosa da un altro punto di vista, ritengo che ci siano ancora parecchie cose che non possano considerarsi del tutto terminate... Per essere più esatto potrei dire che ho cominciato a realizzare tutto ciò che mi stava a cuore, senza però avere ancora finito niente. Il lavoro sui matrimoni in questo senso non fa testo, anche perché nonostante sia quello a cui molti mi collegano, secondo me, non mi rappresenta.

Lei ha spesso dichiarato di essersi avvicinato al fotogiornalismo sfogliando Epoca e appassionandosi ai reportage di Walter Bonatti: ma cosa l’ha veramente spinta ad intraprendere questa professione?

Quando ho iniziato ad appassionarmi alla fotografia attraverso le pagine di Epoca ero ancora un ragazzino di dodici, tredici anni, o forse anche meno. Epoca era il giornale che comprava mio nonno, e io mi limitavo a sfogliarlo. In quel periodo infatti non era ancora il giornalismo a interessarmi, bensì l’avventura. Tuttavia, proprio attraverso le immagini pubblicate su quel settimanale, ho cominciato a maturare l’idea che se avessi voluto vivere delle “vere avventure” avrei avuto bisogno di una macchina fotografica. Poi sono cresciuto e, strada facendo, ho cominciato ad analizzare le cose in modo del tutto diverso. Ho quindi iniziato a interessarmi in maniera più sistematica a questo settore e, a furia di leggere riviste e libri di fotografia, sono arrivato alla conclusione che volevo fare il fotografo… pur non avendo ancora mai scattato neppure una fotografia! Così, agli inizi degli anni Settanta, ho capito che, per intraprendere seriamente questa professione, avevo bisogno di una scuola. Le numerose riviste di fotografia di allora segnalavano tra le migliori in Europa la scuola di Vevey, in Svizzera, e quella di Londra. Sono così partito per l’Inghilterra con questo obiettivo ma, una volta lì, ho scoperto che mi era praticamente impossibile iscrivermi in quella scuola. Essendo infatti un corso universitario, per accedervi avrei dovuto avere, in quanto straniero, una Laura in Letteratura inglese che invece non possedevo… anzi, in realtà non parlavo neppure inglese! Ciò avrebbe dunque implicato tempi troppo lunghi e costi decisamente troppo elevati. Ho così iniziato a fare i lavori più disparati, limitandomi a fotografare nei momenti liberi. Tuttavia, è proprio in questo periodo che ho cominciato a coltivare veramente la mia passione per la fotografia e a spendere tutto ciò che guadagnavo per procurarmi l’attrezzatura. È andata avanti così per un po’, finché, un giorno, ho conosciuto per caso una persona che, chiaccherando, mi chiese di mostrargli i miei scatti. Sembrava semplice curiosità, e invece era il direttore di un settimanale dedicato alla musica. Si trattava di una rivista che si occupava principalmente di eventi legati alla musica pop, rock e soul, era un supplemento di Tv Time, una testata equivalente al nostro Tv, Sorrisi e Canzoni. Ho così iniziato a lavorare per lui, girando l’Inghilterra in lungo e in largo per seguire i concerti e i personaggi più illustri della scena musicale di allora: dai Rolling Stone a una ancora sconosciuta Patty Smith. Questa fu, di fatto, la mia vera e unica scuola. Ero infatti ufficialmente legato a una testata grazie alla quale ho potuto imparare tante cose a livello editoriale, legate alla fotografia, che non avrei potuto imparare altrimenti. Dopo un anno e mezzo però, sebbene fosse divertente, mi sono stufato. Un concerto valeva l’altro, cambiavano le luci, i personaggi ma, alla fine, era sempre la stessa minestra.

Photo: Francesco Cito

E infatti, se si esclude il lavoro sui matrimoni, lei è conosciuto soprattutto come fotoreporter di guerra: un settore che le ha regalato molti riconoscimenti, l’ultimo dei quali il 17 ottobre scorso, quando le è stato assegnato il Premio Antonio Russo. Cosa l’ha spinta a dedicarsi alla documentazione dei conflitti e di situazioni così estreme?
Prima di tutto volevo misurarmi con me stesso. Volevo capire se anche io potevo essere in grado di confrontarmi con la guerra e di realizzare ciò che, per anni, avevo visto pubblicare sulle riviste. Mi ha sempre attratto la sfida professionale che questo genere di situazioni impongono al fotografo: in guerra infatti non puoi mentire. Mi spiego meglio. Non che io pensi che nella fotografia di guerra non ci sia menzogna, tutt’altro. Ma questo è un altro discorso, strettamente legato all’onesta intellettuale e all’etica personale di chi sta dietro la macchina fotografica. Ciò che intendo dire è che in guerra non puoi mentire con te stesso. In quei contesti infatti non hai una seconda possibilità. Non puoi permetterti di sbagliare una foto né, tanto meno, pensare di avere il tempo per rifarla. Hai quasi sempre una sola, unica possibilità per realizzare lo scatto che avevi in mente.

Sempre a questo proposito, e proprio in virtù della sua lunga esperienza sul campo, trova sia cambiato il modo di raccontare la guerra?
Be', sicuramente. I fotoreporter di guerra devono attualmente fare i conti con una serie di limitazioni che prima non c’erano. Se oggi volessi andare in Afghanistan, ad esempio, non avrei alcuna possibilità di muovermi liberamente sul territorio. Dovrei essere per forza “embedded”, ovvero posto al seguito di qualche truppa che mi fa vedere unicamente ciò che vuole che io veda. E questo cambia sicuramente la prospettiva del racconto. Poi c’è il rischio che siano le stesse testate a stravolgere i contenuti della tua narrazione, ma questo problema c’è sempre stato. Anche se personalmente non mi è mai capitato di vedere una mia foto pubblicata in un contesto completamente diverso da quello che avevo in mente. Semmai a volte non mi hanno pubblicato, questo sì.

E a livello di “approccio al territorio”, quali differenze riscontra tra il suo modo di affrontare l’evolversi di un conflitto e quello delle nuove generazioni di fotoreporter?
Mah… una differenza che vedo è che oggi i giovani fotoreporter si soffermano sempre meno a riflettere sul da farsi. Agiscono d’impulso rischiando di mettersi in pericolo più del necessario. Tuttavia questo è un atteggiamento che dipende, in parte, anche dallo strumento che usano. Oggi sono ormai tutti abituati a lavorare in digitale anche in questo contesto, tuttavia, se è vero che l’avvento di questa tecnologia ha introdotto una serie di facilitazioni, sotto altri punti di vista questa evoluzione porta a un approccio con la realtà, e con la fotografia stessa, spesso sbagliato. Potendo scattare a raffica, infatti, si è portati a non guardare con attenzione ciò da cui si è circondati e a non pensare a cosa si sta cercando di raccontare nel complesso. Cosa invece essenziale per realizzare un buon reportage di guerra. Inoltre, sempre più spesso mi sento dire che uno scatto sbagliato non è un problema, tanto poi si corregge. Sbagliato. La foto non si corregge, la foto è un qualcosa che deve nascere prima di tutto nella testa. È un’idea. E se manca l’idea, la foto non sta in piedi.

La sala dedicata al lavoro sulla Sardegna di Francesco Cito. 2010. Photo: Stefania Biamonti

Focalizzando quindi l’attenzione sulle nuove generazioni di fotoreporter, lei si è sempre dichiarato un autodidatta, ma pensa che possa essere utile oggi, per questi giovani, avere una formazione più scolastica?
Certamente. Dovrebbero cercare di essere il più preparati possibile. Per “fare foto” puoi infatti anche essere un autodidatta, ma per fare il fotogiornalista non basta essere un buon conoscitore delle tecniche fotografiche. Così come non basta andare a scuola. Occorre infatti capire innanzitutto qual è il senso giornalistico di ciò che si sta facendo. E il giornalismo, purtroppo, non lo si impara all’Università o sui libri di scuola, ma solo frequentando le redazioni. È qui infatti che un giovane può completare la propria formazione. Tuttavia, oggi non esistono più le redazioni di una volta e apprendere qualcosa frequentandole può essere davvero difficile. Spesso infatti, anche quando i componenti di una redazione non sono tutti dislocati fisicamente, ognuno tende a lavorare per conto suo. Manca il dialogo e, con esso, la trasmissione di idee e saperi, che è la cosa più importante.

E pensa che l’offerta formativa in questo ambito sia adeguata nel nostro Paese rispetto al resto d’Europa?
No.

Cosa manca?

Prima di tutto manca “professionalità”. Ma non solo da parte di chi insegna, ma anche di tutto il sistema che ci gravita attorno.

Potendo quindi dare un consiglio, cosa può suggerire a un giovane che vuole intraprendere questa professione?
Ciò che posso consigliare a un giovane fotoreporter oggi, a uno che veramente voglia costruirsi una professione in questa direzione, è di andarsene all’estero: in Francia, in Germania, in Inghilterra o negli Stati Uniti. È fondamentale. Ultimamente sono stato in Brasile, e mi sono accorto che anche lì c’è un interesse ed un organizzazione per ciò che concerne la fotografia che non esiste in Italia.

Francesco Cito
Fino al 3 marzo 2010
Wave Photogallery
via Trieste 32/a, 25121 Brescia
Orario: da martedì a sabato, ore 11,00-13,00 e 15,00-19,30.
Ingresso libero

www.wavephotogallery.com









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