Joe Johnston rilegge il mito dell’uomo lupo con classicità e un sano gusto del gore che fa assai piacere. Divertente e ben interpretato da un efficace Benicio Del Toro
Quanto rimpiango quei begli horror della Universal con i fondali di cartapesta, le atmosfere nebbiose, la maledizione incombente e la morale finale, sempre molto ambigua nei confronti della fascinazione del male. In questi anni di politicamente corretto, l’horror si è trasformato in uno strano oggetto cinematografico che si divide tra gli eccessi fintamente voyeuristici e malati di Eli Roth e le diverse declinazioni in forma di remake dei capolavori degli anni Settanta, ovviamente spogliati di tutte le loro declinazioni anarchiche e sovversive, dalle porte da non aprire alle colline con più o meno occhi.
L’idea di rileggere i classici degli anni Trenta e Quaranta dovrebbe essere perseguita con maggiore pervicacia dalla Universal, detenendone lei i diritti e trattandosi di personaggi dal fascino senza tempo. Quindi, dopo i tre episodi de La Mummia in chiave moderna, ecco tornare sul grande schermo anche l’uomo lupo, in versione decisamente più horror e gotica rispetto alle divertenti,ma anche oltremodo eccessive, digressioni di Stephen Sommers e Rob Cohen. Wolfman si rifà nelle atmosfere al personaggio reso celebre da Lon Chaney Jr. negli anni Quaranta, aggiungendo nella trama alcuni semplici ma efficaci elementi psicanalitici e, soprattutto, non lesinando sul versante più squisitamente gore. Joe Johnston, regista spesso sottovalutato che può vantare nel suo curriculum almeno un paio di film di tutto rispetto, Rocketeer e Cielo d’ottobre, non ha timore di mostrare squartamenti, arti mozzati, sangue e viscere, facendo di Wolfman un film squisitamente alternativo alle dinamiche delle grandi major americane, dove tutto è ormai pulito e controllato. Non manca una neanche troppo velata vena sensuale che esalta ulteriormente il lato bestiale del racconto, tutto inscritto in una deriva estremista che lo stesso cast di stelle sembra gradire, da Benicio Del Toro, come sempre ottimo, a Emily Blunt, bellissima, bravissima e glacialmente erotica, fino a un Anthony Hopkins gigione come sempre, ma molto più convinto che nella maggior parte delle sue ultime apparizioni.
Johnston gestisce tutto con grande equilibrio, confezionando un’opera classica ed estremamente efficace, che appassiona, diverte e commuove, lasciando ovviamente la porta spalancata per un sequel che, a queste condizioni, si potrebbe accogliere con un certo piacere.
Ultima annotazione per tutto il comparto tecnico: scenografie, costumi, fotografia ed effetti speciali sono degni di un prodotto hollywoodiano e fa piacere riconoscere set già usati per tanti altri film. È come tornare a casa dopo tanto tempo e sentire che il fuoco nel cammino scalda come l’ultima volta.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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