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  • Quattro chiacchiere con Benicio Del Toro
di Federica Aliano


Abbiamo incontrato a Roma il protagonista e produttore di Wolfman. Più che un’intervista, quella con Del Toro è stata una piacevole chiacchierata sul cinema e non solo

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Trovarsi di fronte a Benicio Del Toro è un’esperienza destabilizzante. Ci si aspetta il macho latino, il sex symbol interprete di tanti ruoli ambigui, ma anche il protagonista di film forti come il dittico su Che Guevara... Benicio è tutto questo, ma non solo. Sguardo buono, modi garbati, una voce ferma e calda, ma mai troppo alta, Del Toro colpisce per una dote che va sparendo: la sua estrema educazione. Garbo e modi sembrano usciti da un film d’altri tempi e ci fa impazzire quando dice “Sono un uomo come gli altri, anche a me piacciono le caramelle!”. Chissà perché, invece, di un’icona come lui abbiamo pensato sempre il contrario... riflettendoci è anche un po’ sciocco.
E infatti la sorpresa sta proprio in Wolfman, film che esce in Italia il giorno del suo quarantetreesimo compleanno: Benicio ama gli horror classici e i film di mostri fin da quando era bambino... e ne parla davvero come se fosse ancora un bambino!

Ti abbiamo conosciuto sempre in ruoli di uomini torturati o personaggi non proprio positivi; ora ti vediamo in un genere del tutto differente e il tuo Lawrence Talbot è in fondo un buono. Tu a chi ti avvicini?
A tutti! Non mi definirei un carattere torturato, forse direi complesso. Sono il risultato delle mie esperienze di vita, di cosa ho letto, cosa ho visto, cosa ho assaggiato e sentito. Questa è la mia base, le pallottole che, come attore, ho da sparare. Come attore non decidi quali saranno i tuoi ruoli, però andando avanti ho avuto la possibilità di scegliere. Non è stato facile arrivarci. Mi chiedi perché mi danno spesso questi ruoli? Forse per il mio aspetto, per il modo in cui mi vedono i registi... Potremmo parlarne a lungo e scrivere la mia biografia.

Sei un tipo più gioioso o drammatico?
Sono drammatico nella mia gioia!

Parlando di questo film, hai rivelato di aver amato gli horror fin da bambino. Un aspetto di te che non si conosceva, ce ne parleresti?
Ecco come è cominciato tutto. Da piccolo giocavo con i miei cugini che amavano i dinosauri. Spesso guardavamo film con i mostri. Questo avveniva prima dei DVD, della TV via cavo e tutto il resto; l’unico formato per guardare i film in casa era il Super8 e quelli di mostri erano prodotti dalla Castle Films. Si trattava di versioni tagliate e rimontate dei classici: La sposa di Frankenstein, L’uomo lupo, Dracula... Li proiettavamo sul muro. Ma non facevano paura, affatto. Perché erano muti! E secondo me il sonoro è fondamentale per generare paura. Anni dopo, ricordo di aver visto per la prima volta Dracula con Bela Lugosi in TV. Quello che avevo io in Super8 durava solo tre minuti e c’erano solo le scene col vampiro. Quando l’ho visto intero, il modo in cui parlava Bela Lugosi mi terrorizzò, altro che i morsi! Mi ricordo cercai una scusa per abbandonare la stanza. Dissi che dovevo andare in bagno, ma quando mi ritrovai da solo, ero più spaventato di prima e volli tornare di là!

Adesso però non hai più paura, tanto che nel film sei tu il mostro...
Ho sempre fatto il tifo per i mostri: erano sempre incompresi. Tifavo per King Kong, per Frankenstein, per Dracula, per il Mostro della Laguna Nera. Pensavo che la gente non li capisse e non desse mai loro un’opportunità.

In questo film sei anche produttore; hai deciso di farlo per avere più controllo?
Non è tanto il controllo, quanto la possibilità di fare un film che io vorrei guardare. Da attore puoi finire in film che non vorresti mai vedere. Io sono stato fortunato: molti dei film che ho interpretato mi piacciono. Fare il produttore vuol dire controllare, ma non essere un tiranno. Faccio l’attore da più di vent’anni, quindi penso di essermi guadagnato la possibilità di dire la mia su una storia: ho lavorato con alcuni dei migliori registi, da loro ho imparato molto.

Ti senti a tuo agio a Hollywood?
Comodamente a disagio. Ho fatto il film su Che Guevara che è un film di Hollywood… Hollywood è tante cose, non soltanto la macchina produttiva che si pensa che sia. Recito soprattutto in film indipendenti, ma anche quelli si realizzano a Hollywood, con persone che lavorano lì e provini che si tengono lì. Ho fatto pochissimi film con gli studios, forse quattro, e Wolfman è uno di questi. Steven Soderbergh è l’esempio perfetto per quello di cui sto parlando, ma pensate anche a John Cassavates o a John Huston: facevano i loro film e facevano anche film con gli studios.

Abiti a Hollywood?
No, a Westwood, a Santa Monica. Ma direi che Los Angeles è Holllywood. Se sei in America e lavori nel cinema, prima o poi avrai a che fare con Hollywood. Ma Hollywood non è sinonimo di male. C’è stato molto lavoro nel corso degli anni. C’è un film di John Ford, Com’era verde la mia valle, un film incredibile con valori veri, una pellicola intensa, che vi raccomando di vedere e rivedere. Eppure è un film di Hollywood che vinse l’Oscar nel 1941. Hollywood incarna l’idea di una città che si dedica esclusivamente a fare i film. È quello che in Italia tentò di fare Fellini insieme ai suoi colleghi a Cinecittà. E alla fine penso che un sistema così sia salutare. In alcuni film indipendenti ho dovuto fare tante cose da solo: salire sugli aerei, fare ricerche... ci vuole tempo. Con gli studios tutto funziona velocemente, è una macchina ben oliata che fa tutto presto e bene. Posso dire che non mi piacciono alcuni film di Hollywood, ma non posso dire che non mi piace Hollywood. A volte Hollywood ha trattato male qualcuno: Chaplin, per esempio. E lo potete dire forte che io sono dalla parte di Chaplin.

Come produttore hai avuto voce in capitolo anche sullo script? Perché alcuni aspetti possono essere interpretati in chiave politico-sociale: c’è tutto un discorso sulla tortura, sul waterboarding… E c’è una riflessione sulla pena di morte: si dice che non è un peccato uccidere una bestia, ma le donne si chiedono dove finisce la bestia e inizia l’uomo? Ora, se vediamo l’omicidio come una bestialità, l’assassino diventa la bestia da abbattere e possiamo porci la stessa domanda...
Per quanto riguarda la pena di morte, sono sempre stato contrario. Non si può mai sapere, potrei cambiare opinione, oggi però la penso così. Non ho mai provato cosa significa perdere qualcuno perché è stato ucciso, quindi non ho la presunzione di dire che non cambierò mai idea. È vero, nello script ci sono questi elementi, ma facevano già parte della storia originale, non sono stato io a voler inserirli. Per quanto riguarda il waterboarding, rappresenta l’ignoranza di quei tempi. Utilizzavano davvero quelle pratiche e credevano così facendo di aiutare veramente la gente malata. In un certo senso, ci sono persone ancora oggi convinte che sia così…

Sì, basta mettere certe pratiche dove nessuno le vede... Tu però sei terribilmente realistico.
Perché L’ho provato sulla mia pelle. Una volta sono finito in un lago di acqua gelata, caddi all’indietro. Il freddo è così lancinante che l’istinto ti dice di aprire la bocca e urlare. E così la bocca si riempie di acqua e soffochi. Sul viso senti come tanti pugnali. Quando torni su, la prima cosa che fai è urlare. Ma se urli non prendi aria, la tiri fuori, quindi poi torni sotto e soffochi ancora di più. Ecco, così è il waterboarding. Sul set c’era un addetto che mi dava un segnale per respirare. Ma ricordo ancora quell’esperienza, quindi avevo il panico di non riuscire a respirare e non sempre ho fatto bene. Nei film fanno sempre vedere che funziona diversamente e fanno anche vedere uomini che non parlano sotto tortura. Questo non è vero: se ti torturano in questo modo, arrivi a dire qualunque cosa, a costo di inventarla.

Da come parli si capisce che sei un vero cinefilo. Cosa ti piace e con chi vorresti lavorare?
Voglio lavorare con chiunque voglia lavorare con me. I film che vedo sono tanti e diversi: qui a Roma mi vengono in mente i grandi registi italiani, vecchi e nuovi. Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Ermanno Olmi... ma anche De Sica, Rossellini, Fellini. Quando sono a Roma penso ad Accattone di Pasolini. Ci sono stati dei film che mi hanno talmente influenzato che non riesco a smettere di pensarci. Quando vedo delle palme, per esempio, penso a Marcello Mastroianni che si confessa in Otto e 1/2 e il prete gli dice: “Ascolta gli uccelli”. Tra i film dello scorso anno mi è piaciuto District 9: mi piace quando si prende un genere sfruttatissimo e lo si reinventa. Mi è piaciuto Il nastro bianco di Haneke, The Hurt Locker della Bigelow... Molti film, del resto ne vedo molti.

E cosa ci dici degli attori che ti ispirano?
Anthony Hopkins di certo, è stato bello lavorare con lui. Marcello Mastroianni! (inizia a declamare in italiano) “Tu sei la casa…” Quando balla ne La dolce vita... Poi mi piacciono Bela Lugosi, Lon Chaney padre, Charlie Chaplin. Moltissimi. Tra i miei contemporanei direi Sean Penn, Willem Dafoe, Daniel Day-Lewis, Javier Bardem, Philip Seymour Hoffman. Mi piace Jeff Bridges e lo adoro in Crazy Heart. Ho fatto un film con lui tanto tempo fa, Fearless. Fu fantastico. Lo è ancora, è uno che si mette alla prova sempre. Mi piacciono tipi come Clint Eastwood e Sean Penn, attori che diventano registi. Mi piace Mel Gibson da regista. Ma parliamo anche dei miei film… Amo I soliti sospetti!






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