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  • Professione fotoreporter: intervista a Francesco Cito (seconda parte)
di Stefania Biamonti


Etica del photoreporter e mutamento delle dinamiche professionali sono i temi di questa seconda parte d'interivista

Durante l’inaugurazione della mostra dedicata a Francesco Cito. 4 febbraio 2010.              © 2010, Stefania Biamonti

Parlando con Lei di fotogiornalismo, sono già emerse alcune questioni inerenti l’etica e il rispetto dell’altro. Ma quanto conta realmente la componente etica in questa professione?
L’etica ed il rispetto dell’altro sono fattori imprescindibili per questa professione. Se non rispetti chi è di fronte al tuo obiettivo, non potrai mai capire niente della situazione sta alle spalle di chi stai fotografando. Non puoi pensare, infatti, di arrivare in un contesto a te nuovo e iniziare subito a scattare: occorre avere il tempo materiale per comprendere la realtà ed il luogo in cui ti trovi, per conoscere la gente con cui dovrai rapportarti e, solo nel caso di una loro positiva accettazione, puoi pensare di iniziare a scattare. Naturalmente puoi anche non farlo, e agire di conseguenza, ma il rischio è di essere visto come ”un intruso”. E a quel punto potrai forse riuscire a scattare qualche bella foto, forse, ma avrai turbato l’equilibrio del luogo e, a lungo andare, ciò ti precluderà moltissime altre opportunità. Fare una bella foto infatti è un discorso, raccontare una storia è un altro. Il tempo è quindi l’altro fattore fondamentale per questa professione. Ma è il solito discorso del “cane che si morde la coda”: il mondo editoriale italiano non ha mai concesso di buon grado questo “tempo”, oggi più che mai. E tutto ciò va a discapito della qualità.

E in questo senso, non si è mai pentito di aver scattato, o pubblicato, una foto?
No. Non mi sono mai pentito di nessuna foto. Semmai ho un rammarico. Nel 1983, in Libano, mi sono trovato a un certo punto nel sottoscala di una scuola elementare adibito a improvvisato ospedale di emergenza. Stavano operando, e c’era una bambina, che aveva appena perso una gamba, a cui stavano medicando le altre ferite. Istintivamente le ho scattato una foto. Lei se ne è accorta e, in preda alla disperazione, ha afferrato la prima cosa che le è capitata sotto mano e me l’ha tirata. Non sono pentito di aver realizzato quello scatto, ma mi è rimasto il rammarico di non averle potuto spiegare cosa stavo facendo. Avrei voluto dirle che non stavo “sciacallando” sulla sua condizione, ma che il mio intento era quello di cercare di smuovere delle coscenze all’esterno, di sensibilizzare il mondo su ciò che stava accadendo lì. Ma non ho avuto la possibilità di farlo. Fare questa professione ti porta a doverti confrontare con situazioni estremamente complicate, anche quando hai cercato di fare tutto il possibile per rispettare la comunità locale che ti ha accettato, come nel caso della bambina libanese, finita poi in doppia pagina. Ma è difficile da spiegare.

E non le è mai capitato di “abbassare l’obiettivo” proprio in virtù di questo ragionamento?
Certo. Diverse volte. Ho sempre ripreso le situazioni più drammatiche solo quando mi è stato permesso dai diretti interessati. Se intuisco infatti che non può esserci lo spazio per farlo, non lo faccio e basta.

Photo: Francesco Cito

Passiamo ora a questioni inerenti il settore fotogiornalistico più in generale. In una recente intervista lei si è dichiarato “disilluso” ed un po’ “amareggiato” nei confronti del fotogiornalismo. Cosa la rende così pessimista nei confronti di questo settore?
Premetto che ho sempre lavorato principalmente per i settimanali, seguendo non solo le guerre, ma anche avvenimenti di attualità di vario livello. Tuttavia sono sempre partito dal presupposto che, se raccontavo certe cose, era perché dietro c’era comunque una sorta di interesse generale nel seguire quegli avvenimenti, nel capire quelle realtà con cui io mi confrontavo direttamente. È questo che motivava il mio lavoro. Oggi purtroppo tutto questo è completamente svanito. Non esiste quasi più quell’interesse per i contenuti in senso stretto, soprattutto da parte dell’editoria. Ma del resto non ci sono più neppure gli editori di una volta. Oggi ci sono solo dei gruppi imprenditoriali che fanno dell’informazione un prodotto di consumo, trasformando i giornali in meri “contenitori”.

Secondo Lei, dunque, questo non è un malessere circoscrivibile al solo fotogiornalismo?
No. È sicuramente un malessere che, nel nostro Paese, coinvolge l’intero settore giornalistico… e purtroppo non solo quello.

Ma non pensa che questa perdita di rilevanza dei contenuti sia in parte anche il frutto di una tendenza giornalistica che spinge sempre più in direzione di un “sensazionalismo a tutti i costi”?

No, perché in fondo questa tendenza a un approccio sensazionalistico c’è sempre stata nel giornalismo. Il problema è che prima potevi seguire questo tipo di approccio, oppure decidere di seguire una linea tesa in direzione di una certa qualità dei contenuti, anche perché esistevano delle testate interessate ad attuare una politica editoriale di questo tipo. Oggi invece non esiste più questa possibilità. Non c’è alternativa.

Infatti non sono un mistero le problematiche che attualmente sta attraversando il settore fotogiornalistico: difficoltà di dialogo con i propri referenti tradizionali, mancanza di committenti, etc. Tutti problemi a cui si è cercato di porre rimedio attraverso la ricerca di committenti, e referenti, al di fuori del settore giornalistico. Stiamo assistendo quindi a una sorta di graduale riposizionamento di questo genere fotografico, che sembra puntare ora molto più su una valenza artistico-commerciale piuttosto che informativa. Ma non è pericoloso per il fotogiornalismo uno slittamento di questo tipo?
Certo che è pericoloso. Anzi, ti dirò di più. Sarò forse troppo radicale su questo argomento, ma il senso di questo tipo di fotografia, ma anche della fotografia più in generale, io lo vedo unicamente se viene finalizzata alla trasmissione di informazioni. Il suo scopo dovrebbe essere quello di entrare nelle situazioni per provare a raccontare ciò che la gente non sa. Tutte le alchimie che sono subentrate successivamente non mi interessano. Personalmente le metto su un piano completamento diverso.

Photo: Francesco Cito

E non pensa che questo spostamento sia attribuibile, in parte, anche ad un’improvvisa mancanza di interesse da parte del pubblico?
No. Non credo che sia il lettore il colpevole di questa tendenza. È il mercato che, gradualmente, ha imposto questo cambiamento. Sono infatti i giornali che dovrebbero educare ed indirizzare i propri lettori, non viceversa. È come pensare che siano gli studenti universitari a imporre ai docenti cosa insegnare. Insomma, è da parte degli operatori del settore che dovrebbe esserci maggiore attenzione a ciò che propongono, e alla forma in cui lo fanno.

Come reputa, sempre in questo senso, l’apertura di questo tipo di fotografia verso altri canali, come la rete, o alla sua trasformazione in prodotto multimediale?

Potrebbe essere positivo, ma dipende sempre da come vengono presentati e da come vengono utilizzati questi strumenti. A me sta bene anche la rete. È un mezzo moderno, un tipo di comunicazione più attuale che potrebbe anche giovare alla fotografia e al fotogiornalismo stesso. Tuttavia, resta il fatto che personalmente interpreto la fotografia come qualcosa” tattile”. Una traccia che dovrebbe rimanere impressa, in maniera indelebile, su un pezzo di carta.

Però mi sembra di intuire che, secondo lei, qualcosa andrà comunque perduto nel passaggio definitivo da analogico a digitale?
Sì. Il mio timore è che a lungo andare andrà perduta tutta la realtà storica legata al proprio passato personale. Ci troveremo un giorno a non avere, paradossalmente, neppure un’immagine scattata oggi. Mi spiego meglio. Non è che non creda nelle potenzialità del digitale: l’evoluzione delle attrezzature è inevitabile e chi usa la questione “digitale versus analogico” per giustificare le attuali problematiche della fotografia si nasconde, in realtà, dietro una scusa. Il mio discorso è un altro ora. E non strettamente legato al contesto professionale. Non parto infatti da un punto di vista giornalistico, bensì da come la fotografia è stata sempre considerata a livello sociale, ovvero come la testimonianza di un’esistenza, di un proprio passato personale. È facile per me ora andare in soffitta e ripescare l’album della mia famiglia realizzato cinquant’anni fa, e poter rivedere così i volti dei miei cari, ma tra cent’anni probabilmente non ci sarà più nulla del genere. Molte delle persone che fotografano oggi, infatti, non hanno quasi mai la lungimiranza di stampare le proprie fotografie: sono talmente di facile consumo, una tira l’altra, che si ritrovano a averle disseminate un po’ sul telefonino, un po’ nelle schede di memoria, un po’ sui cd. In questo modo andranno inevitabilmente perdute, perché dimenticate. È in questo senso che, oggi, rischiamo paradossalmente di perdere traccia del nostro passato personale molto di più di prima.

Immagine

Francesco Cito
Fino al 3 marzo 2010.
Wave Photogallery
via Trieste 32/a, 25121 Brescia.
Orario: da martedì a sabato, ore 11,00-13,00 e 15,00-19,30.
Ingresso libero

www.wavephotogallery.com









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