Fantasia sfrenata per la caratterizzazione di un mondo onirico vibrante e terrificante. L'artista Ceco e la sua personale, destabilizzante Alice
"Tremola, tremola pipistrello/Non sei topo e neanche uccello"
Dalla trasposizione operata dalla Disney a quella recentissima di Tim Burton, non si contano le volte che Alice, l'omonima protagonista dei due capolavori del reverendo Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carroll, ha trovato un varco per accedere all'altrettanto meraviglioso mondo cinematografico. L'esuberanza immaginifica che sostanzia le pagine che raccontano le avventure di Alice infatti, non potevano certo lasciare indifferenti i registi più attenti e interessati alle potenzialità di messa in scena della macchina filmica; se poi si considera il valore dissacrante del nonsense, tanto più incisivo e provocatorio nella costumata Inghilterra vittoriana in cui Carroll visse, è ancor più evidente il perché questi testi abbiano rappresentato dei punti di riferimento per le avanguardie, e in particolare per il surrealismo.
Con quest'ultimo movimento artistico, Alice condivide la dimensione onirica a cui i libri di Carroll ricordano immancabilmente di appartenere le assurde peripezie a cui assiste o partecipa la sua eroina. Niente di più ovvio, quindi, che un autore come Jan Švankmajer, esponente di punta di quella sensibilità e quell'attitudine creativa inaugurata dal gruppo di Breton e che nella ex Repubblica Cecoslovacca trova forse la sua applicazione più sincera, traesse ispirazione dalla storia ideata dall'esimio matematico di Oxford.
Nel 1987, pochi anni prima della caduta del muro di Berlino, uno dei simboli più rappresentativi di un regime socialista che tenta di reprimere ogni spontaneo gesto creativo in quanto ritenuto pericoloso per il mantenimento di uno Stato fondamentalmente coercitivo, Švankmajer realizza, dopo essersi cimentato con ogni possibile mezzo espressivo e con all'attivo decine di corti, quello che di fatto rappresenta il suo primo lungometraggio, Neco z Alenky, internazionalmente conosciuto come Alice appunto. E sin dalle prime inquadrature è chiaro che, pur se l'impianto generale e il susseguirsi degli eventi ricalchi in buona parte quello concepito da Carroll, il film risulta un'opera peculiare, del tutto ascrivibile alla poetica dell'artista ceco. Anche se gli scarti narrativi compiuti dal regista rispetto al libro sono minimi infatti, la loro identità è tale da stravolgere la logica e i presupposti originari, mentre è la componente visionaria insita nella storia a prestarsi magnificamente all'approccio estetico di Švankmajer, la cui sfrenata e macabra fantasia sembra non avere confini, travalicando ogni possibile limite dell'immaginario.
Il ritmo ipnagogico che domina l'intera pellicola e le svariate tecniche di animazione utilizzate rendono palpabile il destabilizzante venir meno delle logiche spazio-temporali, sprofondando lo spettatore, insieme alla protagonista, in una mise en abyme percettiva che non sfocia mai, però, nel mero compiacimento per la mirabilia. Il conferire movimento agli oggetti, fondere gli elementi degli ambiti biologici, non è operazione compiuta da Švankmajer per stupire inventando creature e mondi tanto ambigui quanto inquietanti, bensì un atto dalla valenza magica che porta in superficie, e dà letteralmente vita, alle pulsioni racchiuse in ogni essere e in ogni manufatto. La trasmigrazione di senso che l'artista compie è un gesto che, per dirla con le parole di Lautrèamont, va oltre la bellezza scaturita dall'incontro su di un tavolo operatorio di una macchina per cucire e di un ombrello.
Il mondo di Alice, nel momento stesso in cui Švankmajer lo rappresenta, si concretizza nella misura in cui smantella le qualità denotative di forme e corpi, per riassemblarli in un vortice spiazzante di nuove, vibranti e terrificanti manifestazioni del (sur)reale. Ecco, dunque, perché rispetto a Carroll, Švankmajer non effettua demarcazioni tra l'onirico e il cosciente: Alice è, forse per sua stessa natura, “trasversale” a ogni spazio e dimensione d'azione. Pertanto, mentre la protagonista dello scrittore può comunque trincerarsi dietro un risveglio che cancellerà il disagio causatole da un mondo in cui è facile che “ci si confonda con tutte quelle cose vive”, quella di Švankmajer non ha possibilità di fuga dai pericoli che la insidiano. Il Bianconiglio, il Bruco, il Gatto del Cheshire, la Lepre Marzola e la Regina di Cuori sono minacce che non lasciano scampo da un'avventura pervasa di umori tassidermici, e nessun risveglio o raggio di sole farà scomparire il terrore sottile che incutono alla piccola Alice, in balia dei malefici giochi ideati da un Cappellaio Matto, un demiurgo che ha le sembianze di una marionetta dagli inconfondibili tratti fisiognomici dello stesso Svankmajer.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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