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  • Arisu nel meraviglioso mondo fluttuante
di Andrea Grieco


La figura di Alice nell'arte giapponese, che da sempre si nutre di bellezze lolitesche, sviluppnadole in direzioni diverse, inquietanti o kawaii

Alice, bambola di Yuriko Yamayoshi

Nella prima pagina delle Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie la protagonista, seduta in riva al fiume accanto alla sorella immersa nella lettura, sbircia tra quelle pagine fitte di caratteri e si chiede a cosa possa mai servire un libro privo di figure e fatto di sole “chiacchiere”.
Un incipit che svela da subito la natura intimamente immaginifica del testo di Lewis Carroll, che non a caso diede alle stampe la sua opera solo quando si assicurò che questa fosse illustrata dall'allora celebre caricaturista del Punch, John Tenniel. Non v'è stata da allora edizione dei due libri dedicati ad Alice che non si avvalesse del lavoro di più o meno affermati disegnatori, tentando in tal modo di rispettare l'anelito visionario dell'autore, per non parlare delle trasposizioni effettuate attraverso il medium cinematografico, che corrono parallele ai diversi tentativi di rappresentazione di una delle storie più folli che siano mai state narrate.
Alice in un disegno di Shiji TateishiIl pegno di essere considerato, come gran parte dei libri che esulano dalle logiche di organizzazione spazio-temporali e dalle regole dell'ordine sociale e culturale, mera letteratura per bambini, con in più il fraintendimento che quest'ultima sia una zona franca da qualsivoglia giudizio critico, ha indotto nell'arte occidentale ispirata ad Alice una propensione figurativa e calligrafica, quasi sempre incentrata sulla pedissequa riproduzione delle scene e delle situazioni arcinote del libro.
Tutt'altro destino espressivo hanno riservato ad Arisu (così suona il nome dell'eroina secondo il katakana, l'alfabeto sillabico giapponese usato per i termini stranieri) i contemporanei fermenti creativi nipponici. E in quest'ambito, per quelle strane coincidenze e circostanze che si originano in seno agli influssi artistici, si riesce a portare in superficie implicazioni e significati reconditi o addirittura evitati per una sorta di moralistica pudicizia che Alice porta con sé. D'altra parte non bisogna dimenticare che Carroll fu anche un eccellente fotografo, preferenzialmente di ritratti e nudi infantili, e per l'imbarazzo, quasi lo scandalo, suscitato da questi ultimi suoi scatti si costrinse ad abbandonare questa passione. Niente di più coerente, quindi, che questa quasi ossessione per l'infanzia e l'adolescenza presente nell'opera del matematico e scrittore inglese trovasse riscontro nell'immaginario erotico giapponese, che della figura e beltà lolitesca da sempre si sostanzia. E così la sventurata Alice, con il suo garbato vestito vittoriano, diviene modello di riferimento per molta produzione ispirata al gusto kawaii, tendenza per tutto ciò che è lezioso e kitsch che spopola tra i giovani orientali.
Non sono rare le declinazioni dark di questo stile, tra le cui manifestazioni più compiute si annovera l'ultima produzione di Trevor Brown, artista di origini anglosassoni le cui radici espressive affondano nell'humus violento e truce della scena industrial di fine anni Ottanta, che vive e lavora in maniera stabile in Giappone, facendosi catalizzatore e promotore delle istanze artistiche lì in atto. Nei dipinti di Brown il mondo di Alice si connota per morbosità e sensualità, sovente sconfinanti nei territori del gotico e del feticismo; un mondo in cui ogni fanciulla o creatura si contraddistingue per essere il centro di un impulso scopico perturbante, che si riverbera continuamente tra lo sguardo dello spettatore e quello dei soggetti riprodotti.
Alice's Door di Takato YamamotoNon è un caso, poi, che a partire dal prossimo 31 marzo, a dimostrazione delle infinite potenzialità fantasmagoriche insite nel libro di Carroll, vengano esposte insieme alle opere di Brown anche quelle di Yuriko Yamayoshi, artista di punta di una peculiare attitudine creativa che interessa buona parte degli attuali artisti giapponesi. Nelle bambole di Yamayoshi infatti, si coagulano l'influenza che da sempre ha esercitato in questi terreni sensoriali l'intera produzione di Hans Bellmer, autore dalla carriera fulminante, scacciato dalla Germania nazista perché del tutto avulso ai diktat del regime, fautore di una compenetrazione e permutabilità dei corpi che si espresse nella sua, appunto, famigerata “Der Puppet”. Tale idea viene oggi interpretata e mutuata con risultati sbalorditivo da quanti, come Yamayoshi o anche Katan Amano, trovano nello snodabile feticcio la maniera di esplicitare ulteriori spinte che muovono Alice. Il continuo rimpicciolirsi o crescere a dismisura dell'eroina di Carroll è una chiara metafora del senso di inadeguatezza e di irrequietezza emblematici per l'età della protagonista, e la bambola, nelle sue possibilità articolatorie e cifra metonimica di un corpo femminile adulto e di carne, si fa eccellente mezzo poetico.
Un ulteriore e definitivo gesto liberatorio di quanto in Alice resta originariamente sotteso, lo si evince dai ventri che si aprono come fossero dei palcoscenici delle bambole-sculture di Mari Shimizu, creature il cui mondo non viene più percepito come frutto di un'agitazione onirica, transfert di proprie ansie o aspettative, e neppure il risultato di uno splitting dell'io, bensì una consapevole ed emblematica tensione creativa, quindi anche segno metalinguistico. Stessa impressione che scaturisce in maniera diversa dai tenui disegni a matita di Shiji Tateishi o dal dipinto intitolato Alice's Door di Takato Yamamoto, in cui un'acerba e sensuale Alice viene ritratta assieme al Bianconiglio in uno spazio indeterminato nascosto al di là di una parete crepata, da dove ci si scruta a vicenda in un invito malizioso a dar corpo alle fantasie più nascoste.





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