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di Ilario Pieri


Cast stellare e una versione quasi steampunk per la miniserie anglocanadese targata Nick Willing. In un altro Paese delle meraviglie, si cerca la libertà dello spirito

Caterina Scorsone in Alice di Nick Willing

Che cosa accadrebbe se l’Alice delle favole si guardasse nello specchio prima di attraversarlo? Con tutta probabilità troverebbe se stessa diversa, mutata nell’aspetto e nell’anima: forte, coraggiosa ma anche sensibile, emancipata e capace di difendersi.
La bambina di allora sarebbe oggi una donna, insegnerebbe arti marziali e tirerebbe fendenti come Bruce Lee. Gettando lo sguardo al di là di quella magica parete che separa questo mondo da quello alla rovescia, ella troverebbe un altro Paese delle Meraviglie. Una landa fantastica mossa da un vento di anarchia e soggetta al volere di una crudele sovrana; un pianeta grigio laddove oltre l’arcobaleno si erge un castello di carte da gioco (dal seme di Cuori) pronto a crollare nel nome di una nuova resistenza. Wonderland del Secondo Millennio somiglierebbe ad una zona del crepuscolo steampunk, un confine impossibile tra la prigionia e l’agognata libertà dello spirito. L’eroina lisergica nata dalla mente di Charles Lutwige Dodgson (al secolo Lewis Carroll) non annoterebbe più sul proprio diario di viaggio incontri con bruchi blu, lepri marzoline e conigli bianchi (men che meno verdi, per quelli, prego, rivolgersi altrove). Alice sarebbe invece colpita da scooter volanti a forma di fenicotteri rosa, casinò con tanto di corpo di ballo per intrattenere i giocatori “ostriche” vampirizzati delle loro emozioni, particolari sale da tè modello Amsterdam del futuro e, udite udite, si invaghirebbe del Cappellaio, il quale perderebbe la propria proverbiale follia a cominciare dal nuovo nome.
Così è se vi pare il nuovo universo creato dal regista e qui sceneggiatore Nick Willing, specializzato nello stravolgere alcune opere appartenenti alla mitologia moderna. Willing ci invita a trascinare nell’abisso tutte quelle immagini simbolo di questa sorta di limbo del sonno-sogno (o sogno-sonno) per avere un nuovo e tetro regno dei desideri, con una sfilza di fatiscenti edifici logorati dal fluire del tempo e robot psychokiller sotto cieli di guerra; poco importa se durante il tragitto si perdono per strada i connotati di un’identità ben definita. Sì, perché, nel reinventare una storia impossibile fondata sull’assurdo, il trionfo del doppio senso, i giochi di parole e un’infinità di allegorie e metafore, non tutto va per il verso giusto.
Locandina promozionale di Alice di Nick Willing
La miniserie in due episodi (forse troppo pochi per un materiale così stratificato?) Alice non riesce a mantenere la stessa coerenza della fortunata Tin Man, originale rivisitazione de Il Mago di Oz di Frank L. Baum. Se dal punto di vista estetico le ambizioni non mancano (le scenografie, le tinte usate per dipingere un particolare non luogo e i costumi riescono a restituire un notevole sense of wonder a chi le osserva), non si può certo dire la stessa cosa per il meccanismo narrativo che rallenta molto, troppo da un certo punto in poi, relegando il resto dell’opera a una conclusione insulsa.
Restano comunque memorabili alcuni momenti (la scena della trappola nella cassa con le pareti mobili o l’interrogatorio psichedelico da parte dei dottori Dee e Dum) sostenuti dalla presenza di un cast importante. La canadese Caterina Scorsone tenta di dare nuova linfa alla bambina poco impertinente dei racconti; Andrew Lee Pots appare invece incerto come Cappellaio; Matt (Max Headrom) Frewer, Harry Dean Stanton, tim Curry e la regina di cuori Kathy Bates (un tempo avrebbe fatto di tutto per risparmiare Misery e qui è la mandante di una serie di misteriosi casi di sequestro di persona) si divertono a mettere i panni di queste bislacche figure partorite dal genio dello scrittore e matematico inglese. Il risultato insomma non è dei migliori ma operazioni come queste meritano rispetto per il solo fatto di esistere e dunque lunga vita a Syfy channel.
Il consiglio è quello di provare per qualche ora a calpestare il suolo di un’altra fantasia forse più lontana da certe ispirazioni, contaminata com’è dai germi dei generi, ma comunque frutto di un’audace elaborazione creativa ed artistica. Per chi si volesse incamminare lungo questi sentieri, un unico avvertimento: non calpestate i palmipedoni!





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