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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Classici
  • Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie
di Valeria Roscioni


Alice! Accogli questa fiaba e con gentile mano, l'intreccio di ricordi e sogni riponilo, ma piano, come del pellegrino i fiori che vengon di lontano

Alice nel Pese delle Meraviglie di Lewis Carroll

Per prima cosa occorre ricordare il dialogo con quel famoso e fumoso Gatto del Cheshire che alla Disney italiana piacque ribattezzare Stregatto: “Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.” “Come lo sai che sono matta?”, disse Alice. “Per forza", disse il Gatto, “altrimenti non saresti venuta qui”.
Dunque benevenuti in Alice nel Paese delle Meraviglie, nel singolarissimo manicomio di Lewis Carroll dove la difficoltà insidia l’entrata e non l’uscita, perché solo chi sa perdersi può davvero varcare la soglia. E per perdersi occorre, per prima cosa, rinuniciare a quanto di più certo ognuno di noi crede di possedere: il nostro corpo. Preda di bottigliette con scritto bevimi o di biscotti che dicono mangiami, di funghi che da un lato danno luogo ad una crescita esponenziale e dall’altro rendono minuscoli, la piccola Alice scopre di poter avere dimensioni titaniche o infinitesimali senza riuscirsi a controllare in alcun modo, constatando amaramente che, ogni volta, la propria dimensione non è quanto desidera o, per lo meno, non è ciò che le servirebbe. Quanto è piaciuto alla psicologia vedere in questa bambinetta vittoriana il simbolo perfetto della crisi adolescenziale, di quel momento in cui ognuno non comprende quando e in che misura sentirsi adulto o infante. Eppure Carroll rimanendo lontano da questa profonda analisi andò ben più giù, giù nel buco della tana del coniglio, facendo riscoprire a quella creatura così angelica, ma anche così squisitamente terrena, quanto diventi ridicolo e surreale il quotidiano nel momento in cui, una volta cresciuta a dismisura, si immagina inviare biglietti e regali ai suoi deliziosi piedini che non riesce più a vedere. Se non si ha il pieno controllo di noi stessi (e non si ha il pieno controllo di noi stessi in società come quella dell’Inghilterra vittoriana e come quella attuale, che premono sulle nostre vite invadendole e uniformandole), basta mutare l’estetica per rendere l’etica quantomeno qualcosa di risibile.
E cosa c’è di più estetico del linguaggio? Di quella langue che spacciamo per sapere collettivo per cui ad ogni significante corrisponde un significato uguale per tutti, e che il buon matematico si diverte a stravolgere con giochi di parole che non rivelano solo il gusto della sciarada, ma aprono le porte all’abbandono delle catene. Cosa ne resta delle convenzioni se ci si ferma a riflettere insieme al Cappellaio Matto e alla Lepre Marzolina sul fatto che se voglio dire quello che dico e dico quello che voglio dire sono due espressioni che si corrispondono, anche vedo quello che mangio e mangio quello che vedo potrebbero significativamente essere considerate interscambiabili?
Ecco: ci siamo persi. È fatta, ma per quelli che ancora amano definire Alice nel Paese delle meraviglie un racconto per l’infanzia, Carroll dissemina la sua opera di rimandi alla realtà dove il tempo scorre più lento, a quel mondo sopra la tana, dove Alice dovrebbe studiare un noioso libro senza figure, proprio quel mondo che adora esibire come suo perfetto prodotto una bimba bambola che pensa di non essere più sé stessa perché non riesce a ricordare una filastrocca. L’intera schiera di personaggi folleggianti, dalla Regina di Cuori alla Duchessa, dal Cappellaio Matto al Brucaliffo, passando per il citato Gatto e gli attanti della Maratonda, con in testa il Bianconiglio, simbolo della rincorsa di un tempo che solo da poco aveva cominciato ad essere considerato denaro, si prendono gioco della società seriamente, cioè con dedizione e serietà. Il mondo della fantasia di un uomo, una fantasia eserciata con ogni probabilità con innocenza e per diletto, ci illumina molto più delle cronache dell’epoca.
Alice è una bambina che non si conosce abbastanza perché crede che l’essersi persa le abbia fatto perdere di vista se stessa, Alice è la bambina che ci fa perdere insiemea lei e, di contro, ci fa sentire a casa, ma soprattutto Alice è una bambina, portatrice di una femminilità che è parte di lei, è inespugnabile. Non è un caso che sia la Regina di Cuori, e non il Re a volerla decapitare: un’attempata regina che si prende gioco di una bambina e che perde le staffe quando capisce che, nonostante la perfetta reverenza, la compostezza e la sua aria sperduta, la creatura è ormai irrimediabilmente ad un passo dall’essere moderna. L’eroina di Carroll sperimenta infatti la problematicità del concetto di Tempo, una questione tutta Novecentesca e bergsoniana, l’angoscia della maternità, dal momento in cui in braccio a lei il neonato si trasforma in maialino, e tutto lo strazio della vita in un mondo che non puoi più controllare, l’intero Wonderland.
Eppure Alice si sveglia e si immagina cresciuta raccontare le sue avventure ad una sorellina che, lei sì divenuta madre, avrebbe contribuito a mantenere viva la fantasia delle generazioni future.
C’è questo e molto altro da sperimentare nella follia delle illustrate pagine di Alice nel Paese delle Meraviglie perché non è solo il tè ad essere di matti, Alice è matta, io sono matta, voi siete matti, altrimenti non sareste venuti qui.





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