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di Stefania Biamonti


Il testo di Diego Mormorio ha due anni di vita, eppure è ancora in grado di generare il dibattito

Diego Mormorio alla presentazione del suo testo. Photo: Stefania Biamonti

L’annuncio che lo Spazio Labò di Bologna avrebbe ospitato a fine febbraio una nuova presentazione di Meditazione e Fotografia, un libro di Diego Mormorio pubblicato da Contrasto editore nel 2008, ha generato subito una grande domanda: perché presentare al pubblico un testo uscito in libreria due anni fa e che gode ancora di ottima salute?
Stimato teorico della fotografia, e noto saggista, Mormorio indaga infatti da anni i rapporti che intercorrono tra fotografia e cultura filosofico-letteraria, concentrandosi soprattutto su tematiche inerenti la rappresentazione della bellezza e della natura. In questo senso l’argomento trattato da questo breve saggio si presentava, al momento della sua uscita in libreria, come una novità assoluta all’interno del suo percorso autoriale, anche per chi era ormai abituato a confrontarsi con gli scritti del professore.
Con queste valutazioni, il 25 febbraio scorso abbiamo deciso di fare capolino presso il neonato centro di fotografia di Bologna. L’atmosfera era raccolta e la presentazione è sembrata scivolare via, per quanto densa e articolata, in un clima di costante attenzione. Forte del suo passato di studioso di filosofia e antropologia, e del suo presente da docente presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, Mormorio ha infatti catturato il pubblico in un lungo monologo, spaziando tra moltissime tematiche e costruendo veri e propri “ponti semantici” tra fotografia, arte, archittettura e letteratura, senza mai dimenticare di offrire quegli appigli culturali utili per comprendere la sua interpretazione “zen” dell’azione fotografica. Molti quindi gli argomenti trattati, altrettanti i piani discorsivi e i punti di osservazione suggeriti, al punto che c’è stato spesso il rischio di perdere di vista il vero nocciolo del discorso. Tuttavia, questa narrazione “vaporosa” e suggestiva è sembrata accordarsi bene sia con l’atmosfera intima creatasi nella sala, sia con le forme e i contenuti del libro stesso.
Lontano dai testi di cultura fotografica più tradizionali, questo libro affronta la disciplina fotografica, o forse sarebbe meglio dire “il pensiero fotografico”, da una prospettiva abbastanza inconsueta. Diviso concettualmente in due parti, Meditazione e Fotografia inizia ripercorrendo brevemente la storia dello sguardo nell'arte, riassumendo tutte quelle dinamiche che, nel corso dei secoli, ci hanno condotto ad acquisire una visione del mondo di matrice fotografica e ad assumerla poi, per lungo tempo, come “specchio del reale”. Tuttavia, se il concetto di “fotografico” sta alla base delle dissertazioni contenute nella prima parte, questo non rappresenta che il substrato su cui vanno a inserirsi tutte le argomentazioni proposte nella seconda parte: il vero centro propulsore dell’intero testo.
L’obiettivo principale di Mormorio è quello di suggerire alcune strategie di «autodifesa attiva» finalizzate a proteggere il nostro sguardo dal frutto di ciò che egli definisce, senza mezzi termini, «la civiltà della barbarie delle immagini».
Partendo dunque dal presupposto che occorre difendersi da tutto ciò che ci trasforma in inconsapevoli fruitori passivi, e mostrando come anche nel lavoro di grandi autori del passato sia possibile rilevare le tracce di una sorta di concezione zen del linguaggio fotografico, egli illustra una serie di tecniche di concentrazione, simili a quelle dei meditanti, utili per allenare la mente a guardare il mondo con occhi più consapevoli. Veri e propri esercizi mentali e spirituali, dunque, studiati per riuscire a «distogliere lo sguardo» dal diluvio di immagini che ci fagocita ogni giorno e di ri-orientarlo su altri parametri, sia spaziali sia temporali, con l’obiettivo di raggiungere una nuova consapevolezza visiva. Solo attraverso uno «sguardo meditativo», infatti, potremmo imparare, secondo lui, a guardare le «apparizioni del mondo» con maggiore attenzione e presenza, e a sviluppare, di conseguenza, un migliore equilibrio interiore.
Un punto di vista chiaro, tuttavia questa messa in parallelo, tra pratiche meditative e pratiche fotografiche, ha sollevato più di una perplessità tra il pubblico.
Meditazione e Fotografia. Di Diego MormorioAl di là di ogni aspettativa del lettore/ascoltatore, Meditazione e Fotografia, pur utilizzando la grammatica di quest’ultima, sposta infatti in maniera sistematica il baricentro del discorso su tematiche più filosofiche, marginalizzando l’atto fotografico al ruolo di co-protagonista. Tra le sue pagine, infatti, l’esercizio della pratica fotografica è messo al servizio di un obiettivo più ampio, quasi terapeutico, che poco ha a che fare con la fotografia in senso stretto. Questa operazione può essere più o meno discutibile, tuttavia ha il pregio di analizzare, paradossalmente, la “questione fotografica” dall’interno, offrendone uno spunto di lettura molto interessante, sebbene a volte del tutto inaspettato e non sempre pienamente condivisibile.
Questo incontro non ha quindi fornito, in definitiva, una risposta esaustiva al nostro quesito originale, tuttavia ci ha permesso di apprezzare maggiormente tutti quei passaggi del libro che, non avendo una conoscenza approfondita della meditazione, ci erano sfuggiti alla prima lettura. Forse l’obiettivo di Mormorio, al di là del dato prettamente commerciale, era proprio questo.






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