A volte basta un grande attore per rendere unico un piccolo film: Jeff Bridges fa cantare un grande Lebowski meno nichilista. E l'Oscar arriva
Chissà se Jeff Bridges, il giorno dopo la vittoria dell'Oscar 2010 come miglior attore protagonista (alla quinta nomination ha fatto la doppietta con il Golden Globe), ha invitato Robert Duvall a pranzo. Avrebbe dovuto, così come avrebbe dovuto farlo con i Coen - ma anche loro gli devono molto - che lo hanno catapultato, dopo un paio di decenni di gran carriera (nel cinema come nei vizi) nell'immaginario comune con Il grande Lebowski.
Probabilmente lo ha fatto: l'uomo è particolare, inquieto, probabilmente è salito sul palco del Kodak Theatre ancora con qualche goccetto in corpo - per sua fortuna smaltito nella noia prolungata della cerimonia - ma sa cos'è la gratitudine, da sempre. E Crazy Heart è un parto di quell'attore straordinario che è Duvall, qui comprimario amico del cantante in declino, ma padrino dell'operazione. E di Scott Cooper, attore al suo esordio alla regia che con il veterano del grande schermo, che crede molto in lui, ha fatto quattro film.
Jeff deve aver letto il libro omonimo di Thomas Cobb, scavato nella sua memoria (storica, cinematografica e musicale) e scelto ad occhi chiusi. Perché se un difetto ha quest'opera, è che si intuisce subito che è un progetto da Oscar. Uno one man show con tante spalle volenterose e capaci, da Maggie Gyllenhall, madre sola e splendido scoglio a cui aggrapparsi (si può essere belle e sexy anche se si è così spigolose, non solo fisicamente) a Duvall stesso, passando per un Colin Farrell che, nella parte del discepolo "traditore" Tommy Sweet, ha poche pose, ma buone.
Il film è un biopic immaginario di Bad Blake, ex stella del country che a cinquantasette anni si trova piegato dai suoi vizi e, forse, da qualche rimpianto: fuma tanto e beve di più - e già questo nella moralista cinematografia Usa moderna è una boccata d'ossigeno (si fa per dire) - ha una salute in declino come le sue vendite, suona nei saloon.
Un copione già visto, fin troppe volte. Se non fosse che qui l'eccezione è la dolcezza di questa star. Non c'è rabbia o cattiveria in questo dio minore caduto, non parliamo di un artista maledetto che distrugge vite e speranze di chi gli sta accanto (anche se ha abbandonato una donna e un figlio). Piuttosto di un umanissimo vagabondo della vita che paga ogni suo errore, che fa male solo a se stesso - ricorda, con un volo pindarico, Diego Armando Maradona - uno che sopravvive senza mai smettere di saper trovare il bello. Un The Wrestler che sa ancora coltivare la speranza e non è ancora sopraffatto dalla disperazione. Uno che sa chiedere scusa alla sua giornalista bella e fragile per la bruttezza della sua stanza d'albergo, che sa illuminare la vita di un bambino mentre la sua rischia di spegnersi come l'ispirazione che ritrova in convalescenza, che sa dedicare al suo pubblico canzoni e pensieri, rispettandolo sempre. Non è violento ed egoista, nonostante l'alcolismo: è amabile e divertente, anche se malato.
E può aggrapparsi a un amore sbagliato, a una donna che non è fatta per lui (e viceversa), perché l'incontro tra le loro solitudini saprà migliorare entrambi. Magari complice una gamba rotta (negli ultimi quattro mesi, l'85% dei film usano la frattura a un arto inferiore come svolta di sceneggiatura, nda).
Un melodramma umano Crazy Heart, a cui perdoni qualche ingenuità di sceneggiatura, un lieto fine che tale non è, due o tre scene vezzose. Perché Bridges ha una voce straordinaria, perché ci mostra un grande Lebowski che ha sostituito il nichilismo con un sentimentalismo fragile e tenerissimo, perché certi film piccoli con grandi attori ti riconciliano con il cinema. Quel cinema indipendente che serve anche a mettere campioni sui ring che spesso non calcano, a trovargli sparring partner che ne mostrino il talento. Come fa T-Bone Burnett (e Ryan Bingham, a cui Jason Reitman ha reso omaggio dando il suo nome a Clooney in Tra le nuvole) nella colonna sonora con la sua voce (anche se l'Oscar lo ha vinto per la canzone cantata da Farrell alla fine!). I don't know, canta splendidamente Jeff. Un inno a chi fa dell'errore sistematico un'arte romantica. Proprio come il cinema di Jeff.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento