Impressioni, speranze e retroscena di questa prima edizione del Festival della Fotografia Etica. Quattro chiacchere con Alberto Prina
Forse lo sperava, ma sicuramente non si aspettava un debutto del genere. Per questo, quando venerdì abbiamo incontrato Alberto Prina, neo-presidente del Gruppo Fotografico Progetto Immagine e vera e propria “mente operativa” di questa prima edizione del Festival della Fotografia Etica, sembrava ancora sull’onda di un entusiasmo difficile da contenere. Circondato da alcuni dei suoi più stretti collaboratori, tutti membri di questo energico gruppo lodigiano, e in bilico tra momenti di felicità per l’esito della prima giornata e la tensione per l’andamento della seconda appena cominciata, egli ci ha comunque gentilmente concesso un po’ del suo tempo. Ci ha raccontato i retroscena e gli obiettivi di questa neonata iniziativa, ma anche le sue speranze e le sue impressioni in proposito, facendoci conoscere meglio un gruppo di persone che, in maniera del tutto disinteressata, si è data attivamente da fare per mesi affinché quella che era solo l’idea di un gruppo di appassionati di fotografia potesse materializzarsi concretamente.
In questi giorni si è sentito parlare molto del Festival della Fotografia Etica organizzato dal vostro gruppo, ma prima di entrare nel merito, cos’è il Gruppo Fotografico Progetto Immagine e di cosa si occupa?
Il Gruppo Fotografico Progetto Immagine è un’associazione culturale fondata, diciannove anni fa, da Fabrizio Pavesi e dal sottoscritto. Si occupa da allora di tutto ciò che concerne la comunicazione inerente il mondo della fotografia e dell’immagine in generale, organizzando corsi, mostre, videoproiezioni, incontri e dibattiti. E’ tuttavia una realtà molto particolare, quasi un’associazione di volontariato, visto che nessuno dei nostri soci è mai stato retribuito per nessuna prestazione svolta. Inoltre, il nostro obiettivo è quello di riunire persone interessate non solo alla fotografia, ma al linguaggio visivo in generale, per questo motivo abbiamo scelto di definirci come “gruppo fotografico” e non semplicemente come “fotoclub”. Secondariamente, abbiamo pensato al nome “Progetto Immagine” perché la nostra associazione si è sempre distinta per la sua progettualità. Le nostre attività sono infatti strutturate spesso sottoforma di veri e propri progetti: procediamo stabilendo insieme il tema e le modalità di realizzazione, ovvero il tempo da dedicare all’argomento proposto, le risorse da utilizzare e gli obiettivi da raggiungere.
E all’interno di questo contesto, come è nata l’idea di organizzare, proprio a Lodi, un Festival di questo tipo?
L’idea di realizzare un festival di fotografia ci è venuta circa dieci anni fa. Ispirati dal festival di fotografia di Arles, abbiamo infatti pensato che anche la nostra città potesse essere un posto ideale per favorire la nascita di un’iniziativa del genere. Lodi possiede infatti tutti quei requisiti logistico-operativi che occorrono per organizzare un buon Festival di fotografia. Certo, come cittadina può risentire di tutte quelle “inerzie” tipiche delle città di provincia, tuttavia queste possono essere qui facilmente trasformate in “voglia di riscatto”, da convogliare positivamente nell’organizzazione di qualcosa di nuovo. L’idea invece di concentrare questo evento sul tema dell’etica è partita inizialmente da un ciclo di incontri e dibatti sull’argomento che, circa tre anni fa, abbiamo organizzato con l’ausilio di Marco Capovilla e Marco Vacca. Dopodiché, per due anni di fila, siamo andati al Festival Perpignan e, in questo contesto, abbiamo imparato come si struttura un Festival di fotogiornalismo in una piccola realtà urbana. L’unione di queste tre esperienze ha così dato origine al processo che ci ha portato, oggi, ad aprire la prima edizione del Festival della Fotografia Etica.
Ma allora perché non chiamarlo semplicemente Festival di Fotogiornalismo, invece di Festival della Fotografia Etica?
Il nome è stato scelto in virtù del taglio che vogliamo dare alla manifestazione. Il termine “etica” non è infatti una semplice parola aggiunta al titolo, ma l’indicazione di una sfera di influenza che coinvolge un certo tipo di fotogiornalismo e su cui noi vogliamo puntare i riflettori. Per questo motivo abbiamo deciso di coinvolgere attivamente le ONG. Il nostro scopo è infatti quello di raccontare come si sviluppano, e vengono diffusi, lavori fotografici o videofotografici legati a tematiche umanitarie e, soprattutto, come tutti questi “attori sociali”, dai fotoreporter ai collettivi, fino alle ONG, si rapportano con la questione etica nello svolgimento e nella comunicazione delle loro attività. Tutte le iniziative dei prossimi giorni, dalle mostre agli incontri, dai dibattiti alle videoproiezioni dei photo-collectives, saranno dunque orientate proprio verso l’approfondimento di queste tematiche. In questo modo speriamo così di distinguerci da altri festival dedicati genericamente al fotogiornalismo.
In che modo siete arrivati alla selezione finale delle mostre e al coinvolgimento dei photo-collectives qui presenti?
Per quanto riguarda le mostre abbiamo chiesto a una serie di ONG, tra le più conosciute nel nostro Paese, quali immagini avessero a disposizione e quali, secondo loro, sarebbero state più efficaci a spiegare la loro mission all’interno di un contesto come questo. Abbiamo quindi visionato tali lavori, selezionandoli sulla base dell’approccio stilistico che avevamo in mente e delle tematiche che ci sembravano più interessanti. Per quanto concerne invece i photo-collectives, siamo entrati in contatto con questa realtà durante l’ultima edizione di Perpignan e, anche qui, la scelta dei quattro gruppi da inserire in programma è stata effettuata sulla base delle loro specificità operative, della disponibilità offerta e della compatibilità dei loro lavori con le tematiche proposte dal Festival. In questo modo sarà così possibile riscontrare, in entrambi i casi, la presenza di linguaggi estremamente personali e fortemente legati ai diversi ambiti di proveninza… e questo, secondo noi, è molto importante dal punto di vista della “comunicazione per immagini”.
Quanto invece è stato difficile trovare sostenitori e finanziamenti per un’iniziativa così particolare?
Bah… devo dire che la cosa è andata avanti senza grossi intoppi. Con il Comune di Lodi avevamo parlato dell’intenzione di dar vita a un Festival di questo tipo già un paio di anni fa perciò, quando è arrivato il momento di concretizzarlo, abbiamo trovato un terreno fertile da cui partire. Ciò è stato tuttavia possibile soprattutto grazie all’impegno dell’attuale Assessore alla Cultura, una persona che sa davvero cogliere e valorizzare le opportunità offerte da eventi come questo. Lo stesso possiamo dire della Provincia, con la quale abbiamo trovato una buona sinergia fin dall’inizio. Grazie poi all’impegno costante del nostro gruppo siamo riusciti a vincere due bandi di due Fondazioni comunitarie diverse, e ciò ha garantito un altro importante apporto economico all’iniziativa. Da qui abbiamo quindi iniziato la campagna di ricerca degli sponsor, un’attività che ha richiesto molto più tempo, soprattutto perché siamo alla nostra prima edizione, ma che ci ha portato comunque all’individuazione di ottimi sostenitori. Perciò, in definitiva, non possiamo certo lamentarci: la risposta è stata davvero sempre molto positiva da parte di tutti.
Ma, in generale, quale contributo crede possa dare un Festival di questo tipo?
Non è facile rispondere a questa domanda ora. Ciò che spero personalmente è che tutti coloro che sono venuti e che verranno a Lodi nei prossimi giorni possano avere davvero l’opportunità di riflettere su realtà difficili, e spesso lontane dal nostro quotidiano, grazie alle mostre e ai dibattiti proposti. Insomma, spero riescano a entrare in contatto con questa “visione etica del mondo” e imparino ad apprezzarla… Questo Festival vorrebbe essere, dunque, un modo per mettere in contatto realtà diverse e creare così quella coesione sociale, attorno a certi argomenti, indispensabile se si vuole provare a cambiare le cose che non vanno. Secondariamente, spero che questa prima edizione riesca a porre l’accento su quella fotografia di qualità, prodotta sia da autori italiani sia da stranieri, di cui spesso il nostro Paese sembra dimenticare l’esistenza.
Pensa quindi ci possa ancora essere spazio per una fotografia di questo tipo nel mercato editoriale italiano?
Non sono sicuramente un esperto in materia, perciò posso darle solo un mio parere personale. La mia risposta è sì. Il mercato non può pensare di lasciare indietro un settore importante come questo e, se la risposta non arriverà da quello editoriale, si troveranno altri canali mediatici….
In conclusione, come pensa sia andato il debutto di ieri?
Meglio di così non poteva andare! Abbiamo avuto circa 400 visitatori, tra l’affluenza alle mostre e la proiezione serale e, contando che era il primo giorno della prima edizione e che, oltretutto, cadeva di giovedì, come si fa a non essere contenti?
E come si sente oggi?
Oltre il cielo. Davvero.
Il Festival della Fotografia Etica è un evento organizzato in collaborazione con il Comune e la Provincia di Lodi, la rivista Il Fotografo, il quotidiano Il Cittadino, ed il sostegno di Fondazione Banca Popolare di Lodi e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Lodi Onlus.
Lodi, 11-14 marzo 2010
info@festivaldellafotografiaetica.it www.festivaldellafotografiaetica.it
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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