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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • La principessa di ghiaccio
di Valeria Roscioni


Dalla gelida Svezia arriva un giallo bollente tra neve, romanticismo e, occasionalmente, un cadavere

La principessa di ghiaccio, di Camilla Lackberg

Che il giallo svedese con la sua mania descrittiva avrebbe fatto scuola lo si era capito quando Stieg Larsson ha iniziato a vendere milioni di copie, ma fino a che punto si sarebbe spinto questo alone glamour circondante le penne che vengono dal freddo era arduo predirlo. Se nella sfera di cristallo fosse apparsa La principessa di ghiaccio, la maga non avrebbe avuto problemi a risolvere il caso e pronosticare che tale moda avrebbe portato fin troppo spesso a urlare al caso editoriale di genere. Così è stata definita anche Camilla Läckberg ignorando che, in questo suo primo capitolo della saga con protagonista la scrittrice Erica Falck, il giallo vero e proprio è solo un tassello di un mosaico che è frutto di una commistione alquanto caotica tra generi e stili tra loro diversi.
La copertina del romanzo La principessa di ghiaccio, di Camilla Lackberg, edito in Italia da MarsilioProcediamo per ordine, o almeno tentiamo. Come il poliziesco comanda abbiamo un cadavere, un poliziotto che indaga, un cerchia di sospettati e un personaggio principale che si improvvisa investigatrice; il tutto - e qui entra in scena il marchio di fabbrica svedese - ovviamente infarcito di quella buona dose di particolari in eccesso che guidano il lettore passo dopo passo, evitando con cura che la sua immaginazione prenda una qualsivoglia iniziativa. Ma la nevrosi da dettaglio raggiunge picchi surreali nell’altra faccia di questa medaglia che, se da un lato è effettivamente gialla, dall’altro è inconfondibilmente rosa. Erica infatti, un po’ Bridget Jones con tanto di pancetta e mutandoni della nonna, un po’ versione teen della protagonista di libri per ragazzi Nancy Drew, intreccia una relazione amorosa con il poliziotto che è innamorato di lei fin dalla notte dei tempi, Patrick, un uomo come tanti di cui conosciamo ogni (ma proprio ogni) debolezza, compreso il quantitativo di sudore che è in grado di produrre o quanto ossigeno possa arrivargli al cervello nel corso di uno sbadiglio. Veniamo messi a parte di ogni dettaglio dei pensieri amorosi dei due prima, dopo e durante i loro incontri che, pur pretendendo di non essere come quelli che si leggono nei romanzi, comprendono ben cinque rapporti sessuali nel giro di una manciata di ore. Erica però ha anche una sorella con figli e marito violento compresi nel prezzo, due genitori morti da poco e un libro da scrivere perché, con quanta poca sorpresa molti di noi lo apprenderanno, anche lei è una scrittrice, una scrittrice di biografie che, guarda caso, comincerà a lavorare ad una versione romanzata degli eventi violenti in cui viene coinvolta. Non basta di certo questo a indicarla come alter ego della giovane Camilla Läckberg, e questa ipotesi sarebbe di certo da catalogare come banale, se non fosse per quell’evidente cambio di registro stilistico che la comparsa della voce narrante della protagonista comporta sulla pagina. Repentinamente il ritmo si spezza, crolla, precipita in una spirale di quotidianità esasperante che non riesce ad amalgamarsi con il fulcro della narrazione e lascia dietro di sé un gusto adolescenziale, di scrittura acerba, un po’ pedante, così attenta nel cogliere ogni frase, ogni azione, ogni gesto, tale da avvolgere anche le cose più plausibili in una patina di surrealtà che sprona il lettore ad approcciarsi con una certa ironia alla pagina scritta.
Così indagine e privato vengono mescolati seguendo la regola Larsson dell’alternanza dei punti di vista con un limitato numero di colpi di scena e riuscendo, miracolosamente, a dare lo stesso vita all’indagine mantenendo un barlume di interesse. La trilogia Millennium ha svelato al mondo l’arma vincente per mietere vittime tra il grande pubblico, ma compiere il delitto perfetto è un privilegio di pochi.





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