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  • Il mio nome è Wallander, Kurt Wallander
di Pierpaolo Festa


Stieg Larsson non ha il monopolio sulle crime novel svedesi. Ecco la miniserie tratta da Henning Mankell e interpretata intensamente da Kenneth Branagh

Kenneth Branagh è Wallander

La cittadina svedese di Ystad non è certo un posto per turisti. Dovrete guardarvi bene dal rimanere incantati dai suoi campi di fiori e dal mix di paesaggi di campagna e scogliere. Perché eventi brutali sono all’ordine del giorno. L’unica speranza per chi vi abita è proprio l’ispettore Wallander, antieroe uscito dalla penna di Henning Mankell, autore che gli ha dedicato una serie di libri amati in tutto il mondo. Ed è così che, per il secondo anno di fila, la BBC investe sugli adattamenti televisivi tratti dalla saga letteraria: una miniserie le cui stagioni sono composte ciascuna da tre veri e propri lungometraggi.
A dare vita al personaggio è Kenneth Branagh, uno dei più talentuosi autori shakespeariani che, quando non è impegnato dietro la macchina da presa, non esita a tornare al suo grande amore per la recitazione. Con il suo sguardo malinconico, il look stanco di uno che dorme poco (e con tutti i vestiti addosso) e la balbuzie, Branagh dà vita a un protagonista di cui non vi innamorerete all’istante ma, puntata dopo puntata, sarà sempre più difficile resistere al fascino di questo personaggio.
Kenneth Branagh è WallanderSe c’è una cosa che Mankell adora fare con il suo eroe è serbargli qualche sferzata improvvisa per mandarlo al tappeto: i lettori e gli spettatori adorano vedere questo poliziotto che barcolla come un pugile sul ring, un animo forte che cade ma sa come rialzarsi. Wallander è un tipo alquanto ombroso, è un uomo che ha anteposto il lavoro alla famiglia, finendo per essere abbandonato dalla moglie e instaurando un complicato rapporto con la figlia. A spargere sale sulle ferite e acuire il suo senso di colpa, c’è anche il rapporto con il padre, il pittore Povel, malato di Alzheimer. Inutile dire che Wallander ha tagliato i ponti con il mondo, perfino nei suoi metodi da poliziotto. Quando entra in ufficio i suoi colleghi quasi si nascondono sotto le scrivanie perché confrontarsi con lui vuol dire ritrovarsi all’angolo in un duello a senso unico.
A Ystad la tensione si alza all’improvviso: serial killer mietono vittime, geni del male vogliono trovare il modo migliore per arricchirsi e l’odio razziale dilaga. I giovani si suicidano e la gente viene rapita e torturata. Più accompagnamo l’investigatore nelle sue disavventure, più ci ritroviamo sporchi di sangue. E perfino lui, un tipo che non ama i modi violenti, è costretto a tirare fuori la pistola dalla fondina e usarla contro i cattivi. Naturalmente Mankell non perde l’occasione di affondare ulteriormente il suo personaggio in un vortice di senso di colpa per aver interrotto una vita. Alla fine, però, il vecchio Kurt ritorna sempre e la sua maestria nel risolvere i rompicapi vince su tutto. Forse un giorno riuscirà a ritrovare la felicità oppure a stabilizzarsi in questo suo bizzarro equilibrio. Non è dato saperlo.
In TV siamo abituati al ritmo frenetico americano; nel mondo di Wallander, invece, il fascino è nell’opposto. Seguire il buon Kurt ci dà l’occasione di trovare il tempo di pensare e partecipare con lui alle indagini. Alla fine la risoluzione degli intrecci e il whudunit non brillano proprio per originalità, ma il processo di elaborazione è sempre interessante.





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