Chi dice che un figlio è sempre una benedizione? Nel film d'esordio di Paul Solet c'è una bimba che potrebbe farvi cambiare idea...
Peccato che le stravaganti trovate promozionali alla William Castle siano divenute poco usuali, specialmente ora che per far accorrere il pubblico in sala sembra faccia molto più effetto annunciare l’uso del tridimensionale, perché frasi enfatiche del tipo “si sconsiglia la visione alle donne in attesa” avrebbero avuto una loro coerenza se avessero accompagnato l’uscita di un film come Grace. Solo che per il pluripremiato film d’esordio di Paul Solet, la cui circolazione è stata per ora interdetta sia negli stati Uniti che in gran parte dell'Europa, la sopraccitata espressione non suonerebbe come una boutade sensazionalistica, bensì come un vero e proprio monito, un cartello d’allarme, perché al di là di una vicenda sempre in procinto di precipitare nel ridicolo, Grace, proprio come una contrazione, spinge contro le pareti liminari del visibile, sfidando le tacite convenzioni del mostrabile in ambito ostetrico-ginecologico, e così facendo colpisce allo stomaco, e lo fa in modo duro.
Gonfiando l’idea che già era alla base del suo omonimo cortometraggio, Solet narra la bizzarra storia della gravida e depressa Madeline che, dopo una minaccia d’aborto e un incidente in cui perde il marito, dà alla luce una bambina apparentemente morta. Solo che per circostanze inspiegabili, quasi miracolose, la piccola Grace (nomen omen grottesco, sia per la creatura che per la pellicola) dopo l’aspirazione del meconio sembra riprendere coscienza, e la madre può così recarsi a casa ad accudire con affetto l’indifesa e fragile neonata. Non occorrerà molto a Madeline per accorgersi che qualcosa non è andato proprio per il verso giusto: la bambina infatti continua a emanare uno strano e insopportabile olezzo, il corpo presenta spesso piaghe e ferite, le mosche impestano la culla e, soprattutto, Grace sembra gradire e sfamarsi soltanto col sangue. Ovvio che una madre premurosa faccia di tutto per garantire la necessaria poppata, costi quel che costi.
Detta così Grace potrebbe apparire come un filmaccio buono al massimo per qualche brivido, sostenuto da una dose massiccia di scene raccapriccianti e granguignolesche, ma ciò che fa la vera differenza tra un raffazzonato exploitation e quest’opera di Solet è la ponderata e ricercata messa in scena. Pur non lesinando sulla quantità di efferatezze, il regista opta coraggiosamente per una confezione raffinata, contando su una fotografia e un montaggio che garantiscono la tenuta di circostanze talmente improbabili da sfociare nel parodico. L’alternarsi granuloso di toni saturi e anemici, e i soventi giochi di “attrazioni”, non solo definiscono un’atmosfera che va facendosi sempre più rancida e ammorbante con il proseguire degli eventi, ma riescono a restituire la gamma delle percezioni alterate di una donna incinta, garantendo a questo horror una fruizione oltremodo insostenibile, proprio in quanto sa coinvolgere, stimolare e irritare più sensi. A Solet, che pure non è scevro da quelle ingenuità e ridondanze tanto comuni in un’opera prima, va riconosciuta l’abilità nell’aver raggiunto in questa pellicola il difficile equilibrio tra il mero disgusto e la sottile inquietudine, coadiuvato in questo dall'interpretazione intensa e nervosa di Jordan Ladd, indiscussa mattatrice di un cast quasi esclusivamente femminile. Con uno stile “fisico”, una predilezione per i corpi, le superfici e gli ambienti putrescenti che per certi versi ricordano il Cronenberg più viscerale, nonché con insospettabile e sorprendente capacità di coniare la paura nella sua variegata gamma di sfumature, dal gore più grezzo fino alla perturbanti o morbose genealogie melodrammatiche, passando per le agghiaccianti suggestioni mediche, Grace fa ben sperare per il futuro del giovane autore.
Da vedere assolutamente nel DVD della mitica Anchor Bay, come sempre attenta nella cura e nella qualità dei suoi prodotti, qui ulteriormente confermata dall'eccellente masterizzazione e da un considerevole apparato di extra che rendono ulteriormente appetibile il titolo proposto.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento