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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Classici
  • Siddharta
di Adriano Ercolani


“Eppure era questa che bisognava trovare: scoprire la fonte originaria nel proprio Io, e impadronirsene! Tutto il resto era ricerca, era errore e deviazione”

Siddharta di Herman Hesse

Pubblicato da Herman Hesse nel 1922, tradotto dall’antifascista Massimo Mila nei suoi anni di prigionia, pubblicato in Italia da Frassinelli nel 1945, Siddharta è uno scritto che possiede la sua forza primaria nell’enorme compenetrazione tra forma e contenuto. Lo spirito indagatore, inquieto e desideroso di conoscenza del giovane protagonista viene infatti trasformato da Hesse in uno stile narrativo che molto si avvicina al lirismo, che costringe il lettore a pesare, a meditare su ogni parola, ogni frase, esattamente come il personaggio principale fa sugli eventi che gli accadono. Il desiderio di equilibrio e la necessità di ricerca interiore vengono restituiti al lettore in una forma narrativa densissima, che in alcuni momenti sembra farsi immobile, quasi contemplativa. Pagina dopo pagina, Hesse compone un mosaico stilisticamente molto prezioso, capace di affascinare il lettore e costringerlo allo stesso tempo a meditare non soltanto sul senso, ma anche sulla musicalità della scrittura. Sotto questo punto di vista il valore di Siddharta è inestimabile, e ben si riesce a comprendere come questo testo abbia rappresentato nei decenni un punto di riferimento imprescindibile per generazioni di giovani.
Dal punto di vista prettamente strutturale però il romanzo soffre a nostro avviso di almeno un paio di evidenti lacune: trattandosi di un personaggio catalizzatore, Siddharta possiede un arco narrativo abbastanza fragile in quanto proprio la natura stessa di questa figura, emblematica nel suo approccio distaccato nei confronti di eventi ed emozioni che regolano l’essere umano, non consente un sviluppo narrativo “forte”. Inoltre la trama del racconto è a tratti talmente semplice da sembrare esile, e come capita sempre quando i protagonisti vengono in qualche modo agiti invece di agire, risulta in alcuni momenti farraginosa nello sviluppo.
Un altro problema abbastanza evidente del lavoro di Hesse è che il bisogno esplicito di rendere emblematico il personaggio principale molto spesso antepone la morale alla favola: tale forzatura espressiva in alcuni passaggi rende il messaggio di Siddharta vagamente retorico, e quindi più difficilmente resistente all’inevitabile usura del tempo.
Considerato uno dei testi fondamentali del Novecento, Siddharta è un’opera che deve essere valutata secondo il tipo di approccio dei lettori: se in questo libro si cercano la fascinazione filosofica e l’insegnamento umanistico indubbiamente presenti nelle parole di Hesse, allora ci troviamo veramente di fronte ad un testo capace di trasmettere un insegnamento prezioso. Se al contrario vi si ricerca una storia in grado di irretire con la funzionalità dei suoi snodi narrativi, allora il libro mostra le sue mancanze.
Nella storia della letteratura contemporanea raramente come nel caso di Siddharta a contare più di tutto è la predisposizione di chi si avvicina a queste pagine.





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