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  • Green Zone – Fuochi d’artificio a Baghdad
di Pierpaolo Festa


Matt Damon e Paul Greengrass alla ricerca delle armi di distruzione di massa in Iraq. Ma l’interessante premessa legata all’attualità lascia presto spazio ad un inarrestabile concentrato di azione

Matt Damon in Grren Zone di Paul Greengrass

“Il sito è vuoto, non ci sono armi di distruzione di massa”. Questa è la frase che Roy Miller (soldato che ha il volto buono di Matt Damon) pronuncia alla mezz’ora del film, quando capisce di essere stato ingannato dal suo governo e che violenza e morte sono state scatenate su indicazione di un branco di colletti bianchi pronti a contare le gocce di petrolio per creare l’impero USA in Medio Oriente.
L’inglese Paul Greengrass non vi dà il benvenuto nella Zona Verde (l’area “sicura” della capitale irachena dominata dagli americani), piuttosto vi ci spinge dentro con movimenti di macchina pazzeschi, tagli di montaggio continui, pioggia di fuoco e musiche invasive e adrenaliniche. Il suo scopo è quello di analizzare una fetta di storia contemporanea coinvolgendo per ogni istante chi sta a guardare con una solida dose di azione. Nel farlo il regista riprende la messa in scena dei suoi film precedenti, l’ottimo The Bourne Ultimatum e United 93, dove aveva già mostrato talento da vendere ricreando situazioni terribili che gettano i protagonisti nel caos.
Per tutto il film Greengrass rimane incollato al suo protagonista e gli scolpisce sul volto la delusione e la frustrazione per aver capito di essere soltanto una pedina nel gioco dei potenti. Come nella serie Bourne, Damon è un antieroe che brancola nel buio: anche lui è pronto a disubbidire agli ordini per capire di chi potersi fidare e di chi no. Ma nella sua ricerca comprenderà che non c’è soluzione, perché l’Iraq è in vendita, non al miglior offerente, ma al miglior burattino del governo USA.
La macchina da presa sfida qualsiasi regola di gravità pur di ricreare soggettive uniche. Nelle scene di battaglia il regista ricostruisce scontri a fuoco e sciacallaggi, dirigendo anche l’ultima delle comparse e alzando al massimo il carico di esplosioni e pallottole. Come un direttore d’orchestra Greengrass libera l’azione contaminandola di attualità, un incontro/scontro che funziona a dovere in tutta la prima parte del film, merito anche della sceneggiatura di Brian Helgeland (già premio Oscar per L.A. Confidential e autore del bellissimo adattamento di Mystic River).
Green Zone è sicuramente un action thriller molto convincente che tiene inchiodati alla poltrona. Alla fine però la stessa strada che si era aperta con coraggio e che aveva dato vita ad un interessante mix di intrattenimento e informazione va riducendosi alla semplicità di uno spettacolo d’azione. Il copione abbandona di colpo la realtà e le soluzioni di sceneggiatura diventano dubbie. Improvvisamente è facile puntare il dito contro personaggi che diventano come figurine: l’eroe buono di Damon, il soldato rozzo dal grilletto facile interpretato da Jason Isaacs, la reporter in cerca di verità di Amy Ryan e su tutti il funzionario USA corrotto interpretato da Greg Kinnear, forse la macchietta più eccessiva del film. Naturalmente i potenti vincono, ma c’è sempre tempo per l’eroe di malmenare il cattivo. E al protagonista non resterà molto da altro fare che abbandonare la ricerca della verità e salvare il numero più alto di vite, continuando a puntare dritto con la sua jeep nel campo di battaglia iracheno.





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