La fotografia documentaria tra tradizione e innovazione. Rocco Rorandelli e Simone Donati al Festival della Fotografia Etica
Quando si pensa alla figura del fotoreporter è probabile che la prima immagine che salta alla mente sia quella di un professionista girovago e solitario: un’acuto osservatore, avvezzo al rischio e perennemente alla ricerca di quelle “verità” celate tra le maglie più intricate delle nostre società. Una descrizione per certi versi veritiera, tuttavia un po’ idealizzata e ricalcata dalle biografie di quegli illustri personaggi che, sebbene abbiano il merito di aver posto le fondamenta di questo linguaggio, propongono ormai la fisionomia di un profilo professionale quasi del tutto scomparso.
Il mondo raccontato da Capa, Bresson, Evans o Frank non esiste più, non esiste più quell’editoria, né quel tipo di fotografia, tuttavia, nonostante l’immane crisi che questo settore sta attraversando, si profilano all’orizzonte nuovi scenari capaci ancora di animare un vivace dibattito circa quelle che saranno le sorti di questo settore giornalistico. Se da un lato, infatti, l’ibridazione dei generi, l’avvento di nuovi formati, la moltiplicazione dei canali fruitivi e l’apertura di nuovi mercati, sono co-responsabili di certe pericolose derive imboccate da alcune correnti fotogiornalistiche, dall’altro questi stessi elementi possono diventare i presupposti attraverso i quali ripensare, e rimodellare, tale disciplina.
Occorre insomma prendere atto delle nuove sfide imposte dalla contemporaneità e, parlando con le nuove generazioni di fotoreporter, questa esigenza sembra assumere talvolta i connotati di un vero e proprio imperativo categorico. Come ha cercato di dimostrarci il collettivo Terra Project.
Nato nel 2006 e composto da quattro giovani fotoreporter appassionati di fotografia documentaria, ovvero Pietro Paolini, Simone Donati, Rocco Rorandelli e Michele Borzoni, questo collettivo è stato tra i primi nel nostro Paese a decidere di presentarsi in questa veste e ad aprire la strada a una nuova metodologia operativa che prevedesse la realizzazione di reportage non solo individuali, ma anche di gruppo. Un approccio molto differente da quello adottato da molti “veterani”, un vero e proprio lavoro di squadra che, basato sul confronto e la collaborazione reciproca, relativizza le capacità del singolo individuo a favore del risultato finale e che, in parte, ha permesso loro di rimanere in piedi nonostante l’inaspettata chiusura dell’agenzia di cui facevano parte (Grazia Neri).
Affrontando il periodo di crisi, hanno quindi continuato a lavorare come gruppo indipendente realizzando diversi reportage, sia individuali sia collettivi, e spesso incentrati su problematiche italiane: dai rifiuti in Campania, ai militari italiani vittime dell’uranio impoverito; dalla disoccupazione, alle questioni politiche. In questo modo hanno così iniziato a collezionare pubblicazioni importanti e riconoscimenti prestigiosi, tra i quali ricordiamo la premiazione di Michele Borzoni durante l’ultima edizione del World Press Photo. Tuttavia la loro forza non si limita all’aver creato un collettivo efficiente, ma anche all’aver intuito le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie. Sebbene infatti la loro produzione sia ancora in parte legata alle forme più classiche del reportage, molti dei loro progetti sono stati pensati appositamente per la rete e realizzati sotto forma di multimedia.
Molti dei vostri lavori vegono diffusi grazie alla rete, perché decidere di affiancare a lavori più “tradizionali” la formula multimediale? Rocco Rorandelli: Premetto che tutti noi manteniamo una concezione di fotogiornalismo piuttosto classica: l’idea del servizio che finisce sulla carta stampata credo rimarrà per sempre una nostra “forma mentale”. Tuttavia c’è poco da fare, occorre attualizzarsi: alcune situazioni sono ormai troppo complesse per essere raccontate efficacemente solo attraverso una sequenza di fotografie. Il mezzo multimediale può essere quindi un valido supporto: riesce a lavorare su livelli diversi, a trasmettere altre sensazioni. Oltre al linguaggio visivo puoi infatti sfruttare quello sonoro, inteso sia come accompagnamento musicale, sia come linea sulla quale inserire ad esempio un’intervista, o tutti quei dati che normalmente trasponevamo in didascalia. Tutti elementi che ci aiutano a rafforzare i contenuti che vogliamo trasmettere.
Pensate quindi che nell’ambito della fotografia documentaria questo possa essere un utile strumento di diffusione? Simone Donati: Vista l’attuale crisi dell’editoria e la conseguente strada che sta imboccando il mondo del fotogiornalismo, sempre più orientato verso la rete, penso di sì. I multimedia in questo senso sono perfetti: riescono infatti a essere brevi pur concentrando tante cose e, rispetto al classico servizio riportato sui giornali, appaiono più accattivanti e facilmente fruibili.
Ma non c’è il rischio che l’utente venga affascinato dal “contenitore”, dall’involucro emotivo e sensoriale che lo circonda e perda di vista i contenuti? Simone Donati: Forse sì, per certi aspetti può essere un’arma a doppio taglio. Cercare di tenere alto il livello qualitativo in questo tipo di prodotti non è sicuramente facile. Tuttavia sta in chi li produce cercare di mantenere la giusta onestà sia con se stesso sia con ciò che propone. Mi spiego meglio: bisogna cercare di non fare solo ciò che si presuppone possa piacere al pubblico, bensì una cosa che funzioni concettualmente e che, sfruttando le opportunità offerte dalla tecnologia, riesca a fare davvero informazione.
Data quindi la crisi editoriale di cui dicevate, quali pensate possano essere oggi i canali mediatici più idonei per il vostro lavoro? Simone Donati: Beh, naturalmente la rete. A questo proposito stiamo ristrutturando il nostro sito. Vorremmo farlo diventare più interattivo e fruibile, inserendo un blog e molte più informazioni. Ci stavamo pensando già da parecchio tempo, ma ormai dovrebbe essere quasi pronto.
Rocco Rorandelli: Un’altra possibilità può essere offerta dall’editoria alternativa, come ad esempio Zmâla, la rivista dei collettivi che, per il momento, esce solo una volta all’anno. Riviste come questa possono essere infatti un modo per presentare quei lavori che, per vari motivi (tema troppo forte, assenza di collegamento con tematiche di stretta attualità, ecc.), non hanno avuto un riscontro immediato dall’”editoria classica” nonostante possiedano una propria dignità giornalistica. Certo, rimarrà una rivista per addetti ai lavori, e probabilmente non verrà mai distribuita nelle edicole italiane, però rimane un canale attraverso il quale è possibile diffondere i propri lavori.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (1)
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Coach Outlet Online ha scritto: 2012-02-06 08:42:53
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