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  • L’America verrà distrutta all’alba
di Alessandro De Simone


Dall’ennesimo remake di un’opera di George Romero, una riflessione sul nuovo cinema apocalittico americano

La città verra distrutta all'alba

Iowa, il granaio d’America, stato rigoglioso e tutto a stelle a strisce. Un paesino come tanti, con il suo campo da baseball, lo sceriffo, la scuola, la tavola calda e l’emporio. Finché alcuni abitanti non incominciano a maturare istinti omicidi causati da un virus creato dal governo e finito per errore nell’acqua. Un piccolo problema da risolvere, in un modo o nell’altro. È la trama di La città verrà distrutta all’alba, remake di uno dei piccoli capolavori di George Romero, autore sopraffino che anche quando non ha avuto a che fare con gli zombi non si è lasciato sfuggire l’occasione di affrontare la difficile lotta per la democrazia che ogni americano deve quotidianamente affrontare nei confronti del proprio paese. Indipendentemente dai meriti artistici del rifacimento di Breck Eisner, capace comunque di mettere insieme un film con una giusta dose di tensione, un cast ben assortito e una visione nei confronti del governo federale certo non bolscevica, ma quantomeno moderatamente in linea con l’originale, l'elemento sul quale è interessante riflettere è il rinnovarsi di una paura mai sopita nel cuore degli americani che proprio quest’anno è tornata alla ribalta con prepotenza sul grande schermo hollywoodiano.
L’Olocausto, atomico o virale, provocato dall’errore umano o causato da una follia governativa, è da sempre un terrore non celato dell’americano medio, quello che vive proprio in posti come quello del film di Eisner, consapevole di essere in fondo in balia delle decisioni di uomini che tirano i fili e che possono disporre delle vite di milioni di persone a loro piacimento. Dalla letteratura al cinema il passo è breve, speriamo non sia altrettanto nella realtà, fatto sta che da Richard Matheson a Corman McCarthy, da Fase IV: Distruzione terra a Zombieland, questo terrore sembra non avere fine.
Il perché è anche facile da spiegare. Reduci da vent’anni di guerra fredda e dallo spettro continuo della Bomba, gli americani sono poi stati gettati in un vortice di follia iniziato con gli omicidi Kennedy e King, continuato con l’affare Watergate, vera e propria fine della luna di miele tra la nazione e il governo, per poi vivere trent’anni in un limbo dal quale sono stati svegliati dal boato di due torri che fragorosamente si schiantavano sul suolo di Manhattan.
Terminata l’elaborazione del lutto, l’America ha di nuovo paura e la traduce immaginando il Nulla che avanza. Ecco quindi The Book of Eli, in cui un samurai della Bibbia porta le pagine della speranza in giro per il paese devastato, una fede che Corman McCarthy ripone solo nell’uomo nello straordinario romanzo La strada, racconto iniziatico in cui un padre prepara il figlio all’inevitabile separazione in un mondo senza vita né futuro. E se da una parte Romero non perde occasione di ricordare che la Terra è popolata da morti viventi, la lezione non è andata persa anche nelle nuove generazioni di cineasti indipendenti USA, come dimostra il divertente e tutt’altro che superficiale Zombieland, in cui oltretutto si riflette in maniera molto intelligente sulla crisi della famiglia, altro valore fondante della cultura americana, che sempre più viene comunicata positivamente solo in forma disfunzionale. In questo il remake de La città verrà distrutta all’alba evidenzia uno dei suoi limiti, ovvero l’essere solo apparentemente un’opera sovversiva, molto più vicina in realtà alla denuncia patinata di un Tony Scott alla Nemico pubblico che a quella necessaria più propria di un cinema underground.
Tirando le somme, quella che salta agli occhi è in ogni caso la paura di perdere tutto quello che questa grande potenza si è conquistata nei suoi duecentotrenta anni di storia. O meglio, che prima o poi qualcuno venga a riscuotere le anime promesse ai tanti demoni che camminano sulla Terra.





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