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  • Bored to Death - provaci ancora Jonathan!
di Ilario Pieri


Scrittore che per noia si improvvisa investigatore. Ma come potremmo annoiarci noi con Jason Schwartzman e Zach Galifianakis?

Tad Danson, Zach Galifianakis e Jason Schwartzman in Bored to Death

"Che cosa facciamo?"
"Non lo so, tu cosa vuoi fare?"
"Trovato! Facciamo una svolazzata sulla zona centrale della giungla, c’è sempre un po’ di vita, un po’ di movimento, d’accordo!"
"Ma piantala... c’è un mortorio dappertutto"
"Già, perché non ti piacerebbe il mortorio, eh!"


Piano, signori, ci sono altri modi per ammazzare la noia, altro che visita guidata ai cadaveri per avvoltoi. Prendete esempio da chi diventa altro da se stesso e capirete cosa significa annoiarsi a morte. Quel povero diavolo di Jonathan Ames (essere appartenente alla specie umana, della razza scrittore al suo secondo romanzo in profonda crisi creativa, mollato dalla ragazza Suzanne) per sfidare a duello la monotonia di una vita decide di improvvisarsi “private eye” mettendo un annuncio su uno speciale social network per risolvere misteriosi casi di persone (e oggetti) smarriti nella giungla metropolitana di New York. Questo è l’incipit sul quale si agitano le scorribande il lungo e in largo per i quartieri della Grande Mela di Jonathan e soci (due inseparabili compagnoni, il fumettista Ray Heuston e l’editor George Cristopher) della serie a stelle e strisce targata HBO giunta al termine della sua prima stagione.
Bored to Death coniuga l’umorismo sottile e raffinato di Woody Allen con certi scorci visionari della città più volte cantata da Paul Auster, il tutto innaffiato da fiumi di straripante vino bianco e pesanti nuvole di marijuana. L’idea per la serie nasce dal racconto omonimo di Jonathan Ames pubblicato su McSweeney’s, la preziosa bibbia della cultura contemporanea curata da Dave Eggers. Il vero Ames non è un narratore in crisi creativa e all’attivo vanta una carriera da vignettista e una produzione di svariati romanzi; nelle doppie vesti di mente e produttore egli presta il suo nome a Jason Schwartzman, qui alle prese con un prodotto per piccolo schermo, ma di alto livello. Nel racconto Ames narra le gesta di una sorta di fannullone dedito alla bottiglia, il quale decide di avere una doppia vita da investigatore privato per risolvere casi che nessuno mai gli affiderà. La penna di Brooklyn dunque reinventa la sua storia in un contesto legato essenzialmente al mondo della letteratura: ed ecco allora che il perdigiorno mai sobrio è in difficoltà, perché non riesce a scrivere nemmeno una parola del suo secondo romanzo da consegnare, nei termini stabiliti, alla pedante editrice.
Schwartzman funziona, affiancato dalla coppia Zach Galifianakis/Ted Danson, caricature lunari, icone di un’esistenza senza regole, libera come l’aria, deliziosamente infantile e priva di responsabilità. In genere un pilot non è mai indicativo per individuare le cifre stilistiche di una serie, ma nel caso di Bored to Death già dal primo episodio si ha la sensazione di essere invischiati in una specie di parodia del noir affetto da nevrosi. Sulle note pop dal retrogusto jazz corrono i titoli di testa, affidati a delle vignette da fumetto nelle quali, tra le pagine di un libro, si insidiano i personaggi impelagati in un “rischioso” inseguimento. La sequenza nella quale Suzanne dice addio al fidanzato, colpevole di dedicarsi troppo alle droghe leggere e al vino a scapito di una relazione giunta al capolinea, ci porta a capire che le storie d’amore non finiscono tutte nella stessa maniera: “Ok, mi piace ancora il modo in cui l’erba mi fa ragionare”. E lei: “L’erba non è salutare”. Lui: “La danno ai malati di cancro". Ancora lei: “Tu non hai il cancro”. Lui, laconico “Non ancora”.
Deluso da uno scalcagnato presente, il nostro si intrufola in un impermeabile nella cui tasca conserva una copia di Addio mia amata di Raymond Chandler e, come il suo eroe di carta, si registra a nome Philip Marlowe in un infimo albergo; da lì parte in una disperata fuga dalla realtà convincendosi di avere la giusta aria hard boiled. Dopo una notte passata in prigione, dove gli viene intimato di non improvvisarsi mai più detective senza licenza, Jonathan e suoi amici verranno trascinati in una serie di avventure al limite dell’assurdo. Tra party alcolici, lavaggi di colon, skateboard sequestrati a bande di teppistelli, misteriose boccette di sperma per soddisfare il desiderio di maternità di una coppia in cerca di donatori e un copione cinematografico per entrare nelle grazie di un buffissimo Jim Jarmusch in sella ad una bicicletta in un magnifico loft, i tre uomini a zonzo impareranno a conoscersi rivelando ciascuno all’altro il proprio punto debole.
Qualcuno potrebbe obiettare uno snobismo di fondo, cucito addosso ad un attore protagonista a proprio agio in ambienti indie e vagamente sofisticati come questo, alle prese con un'interpretazione calcata, manierista (come parte della critica americana ha sottolineato). L’affiatamento tra gli attori però, unito al talento di alcuni registi capace di esaltare certi cenciosi e consumati abiti da loser, creano un gioco di squadra vincente per il quale non si può non fare il tifo e invitare gli autori a continuare su questa strada: dunque provaci ancora Jonathan!





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