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  • Mimmo Jodice. Mostra a Roma
di Daniele Federico


Cinquant’anni di attività di uno dei nostri più importanti fotografi contemporanei

Mimmo Jodice a Palazzo delle Esposizioni. Photo: Daniele Federico

Anche se la cultura è diventata quasi tutta digitale e ci sembra di aver perso il collegamento tra le cose, di recente abbiamo notizia qualche piccolo, ma deciso revival. Restando nell’ambito della fotografia, esistono casi di nuovi fotografi che si affidano totalmente all’analogico, come il giovane e apprezzatissimo Chris Rain, altri iniziano la carriera di stampatore che nella sua specificità ha riacquistato tutta l’artigianalità che le appartiene, senza dimenticare il grande progetto che sembra aver generato più passaparola che vendite effettive, The Impossible Project. Fatto sta che l’apprezzamento per Mimmo Jodice continua a crescere come cresce la qualità di un buon whisky invecchiato, e come accade per le cose rare.

Vedute di Napoli. N29 Egizia a Pizzofalcone. Photo: Mimmo Jodice

La cultura analogica significa anche bellezza dell’imperfezione e passione per la ricerca di una precisione sudata, significa anche tempi lunghi di sedimentazione, sperimentazioni inaspettate e massima espressione di un’esplorazione partita da zero. Tutto questo e di più lo ritroviamo in Jodice e nella sua personale allestita con completezza e grande cura estetica a Palazzo delle Esposizioni.

Amazzone da Ercolano. Photo: Mimmo Jodice

Percorriamo la storia del fotografo partenopeo attraverso otto stanze corrispondenti ai periodi artistici identificati. La mostra richiede tempo e attenzione allo spettatore, soprattutto se non si conosce bene l’opera dell’autore e se si ha voglia di comprenderne i lavori. Così veniamo a scoprire che la sua attività percorre tutte le fasi e termina con la stampa (è uno dei migliori stampatori, tra l’altro). Iniziamo con le immagini degli anni ’60, Ricerche e Sperimentazioni in cui percepiamo l’entusiasmo che contraddistingueva l’inizio della sua carriera. Proseguiamo con Sociali, in cui dopo aver capito il mezzo e averlo reso strumento il fotografo lo mette al servizio della sua stessa ragion d’essere: l’esplorazione. Lavori che analizzano gli aspetti antropologici del meridione d’Italia e che ci parlano di una parte della nostra storia. Dopodiché si passa a una dimensione più metafisica, una sorta di secondo periodo esplorativo che dalla tecnica va verso l’essenza del mezzo. L’obiettivo si rivolge verso paesaggi, per lo più urbani, in cui sparisce l’elemento umano per poi continuare il percorso di straniamento dalla realtà, se vogliamo, in Rivisitazioni. Mediterraneo dovrebbe costituire una delle serie più mature e famose di Mimmo Jodice (Pompei, Ercolano, Petra, Efeso). La serie Eden, invece, è forse quella meno comprensibile e la meno apprezzata, ma dipende anche dai gusti, sembrano gli spunti di un ragazzo inesperto che si diverte a ritagliare frammenti della sua quotidianità, ma con un occhio straordinario. Il finale vale la mostra intera con la serie dedicata al mare.

Stromboli 1999. Photo: Mimmo Jodice

Lo abbiamo incontrato nel giorno di apertura della mostra e ci ha raccontato qualcosa:
“Ormai a praticare la fotografia con le vecchie tecniche siamo rimasti in pochissimi. Bisogna considerare che la fotografia ha tre anime che continuano al di là delle tecniche: una è la professione, la fotografia al servizio della conoscenza, che riguarda il reportage, la pubblicità, la moda, ovvero la fotografia come impegno a trasferire informazioni. Poi c’è la fotografia come passatempo e divertimento futile: concorsi, mostre occasionali. E poi c’è un terzo impegno, molto più delimitato, al quale io mi sento di appartenere , è quello della ricerca creativa. Non documentazione, nè evasione, bensì quello di mettere nelle immagini i propri pensieri, le proprie riflessioni. Al di là delle tecniche che continueranno ad avanzare. Non mi preoccuperei del cambiamento. Nulla c’è di nuovo, tutto procede.
Ma le nuove tecniche, almeno per quanto riguarda il settore dell’informazione, hanno creato una dimensione nuova di velocizzazione. 20 anni fa c’erano dei tempi. Oggi viaggia tutto in tempo reale. Nella fotografia creatva, di ricerca, oggi c’è la possibilità d’intervenire attraverso il computer a una modifica e una correzione e questo è un problema serio. È così facile intervenire e modificare che se chi opera non ha consapevolezza del mezzo o una sua capacità critica fa dei pasticci. È facile l’intervento ma non sempre i risultati sono convincenti. Vedo delle cose allucinanti proprio perché non c’è un pensiero consolidato, ma solo la smania di fare.
Non c’è una misura giusta nell’intervento sull’immagine. C’è la consapevolezza, la coscienza di chi opera. Se voglio trasmettere una notizia vera posso farlo, se la voglio truccare posso anche farlo. Non è in discussione lo strumento, ma la moralità di chi opera, che è un’altra cosa. Prima la fotografia aveva una credibilità come documento, una volta io, come docente nell’Accademia di Belle Arti, avevo un documento per cui mi rendevo disponibile qualora si fosse presentata, in tribunale, la necessità di certificare una prova che veniva data attraverso la fotografia. Oggi la fotografia come documentazione è finita.”

Mimmo Jodice

a cura di Ida Gianelli e Daniela Lancioni
Fino all'11 luglio 2010
Palazzo delle Espozioni - Roma








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