Un lungo incontro con il più grande editore di fumetti italiano
Luglio 2009. Record di percorrenza Roma-Milano da casello a casello per poter arrivare all'ora stabilita in via Buonarroti in compagnia del leggendario Boris Sollazzo, a cui vanno tutti i meriti della lunga conversazione che vi state accingendo a leggere.
Finalmente arriviamo negli uffici della Bonelli Editore per incontrare l'Audace Sergio, parafrasando il titolo della mostra a lui dedicata e che fino al 9 maggio 2010 è ancora possibile visitare al PAN di Napoli, nella speranza che diventi un evento itinerante, dando così la possibilità a tante persone di entrare nel mondo meraviglioso di questo imprenditore, artista e sognatore.
Quel pomeriggio di luglio insieme a Sergio Bonelli e Mauro Marcheselli, da anni suo inseparabile braccio destro, speriamo di farlo rivivere anche a voi con le stesse emozioni.
Partiamo dalle miniserie: sta diventando il formato per eccellenza della produzione della Sergio Bonelli Editore. Da dove nascono le idee di queste serie ridotte?
Sempre nello stesso modo. Non ho più la pretesa di sapere cosa piace oggi. Vedo tanto cinema, leggo molti fumetti, ma ho l’umiltà di rivolgermi ai miei collaboratori più giovani delle cui scelte mi fido e non è detto che tutto mi piaccia, e finisce che va in edicola qualcosa che vent’anni mai avrei approvato. Inoltre la miniserie è più facile da accettare, perché costa meno e non è rischiosa come un personaggio che va avanti all’infinito.
Quindi in realtà sono gli autori a non voler rischiare, non l’editore...
Diciamo che l’alibi della miniserie non lo capisco. Se un film è bello, son ben felice di rimanere al cinema un’ora in più, mentre se è brutto ho voglia di uscire prima. Lo stesso vale per il fumetto: se mi piace, voglio che mi accompagni a lungo. Eppure le miniserie uscite fino a questo momento hanno portato comunque delle belle soddisfazioni... Volto nascosto l’ho amato molto, raccontando una di quelle guerre dimenticate e ignorate dagli italiani, un argomento che mi ha sempre molto interessato. E poi il nostro marsigliese Demian: i francesi sono andati avanti con Jean Gabin per anni, forse potevamo provarci anche noi.
Ci sarà però uno speciale di Demian...
Lo speciale non è lo stesso, noi lettori di fumetti amiamo lo stillicidio della periodicità precisa: come le medicine, li leggiamo lo stesso giorno. Anche la bimestralità mi fa soffrire.
Quanto è importante il rapporto con i suoi autori e i suoi collaboratori nella scelta dei temi e dei personaggi?
Sono io il primo lettore, non l’editore onnisciente. Se non capisco qualcosa, chiedo a loro, ponendo il dubbio che quello che non arriva a me non arriva neanche agli altri. Dopo tanti anni, felici per fortuna, abbiamo inanellato anche qualche bel flop, ricordo Gregory Hunter per esempio. E le miniserie nascono anche da questo, ma grazie ai nostri successi sono più disposto ad accettare i fallimenti. Lavoro qui dal 1957, accetto il rischio. Dicono che non sbaglio mai, la verità è che quando lo faccio nessuno dice niente: il mio mestiere è prendere dei rischi, e non addossarli a chi lavora per me. Però sono anche un pigro, quando azzecco il personaggio giusto mi piacerebbe adagiarmici, che mi faccia compagnia. Qui lo stress è continuo, una miniserie dopo l’altra.
Negli ultimi tempi, poi, molte serie hanno chiuso o stanno per...
Una serie che chiude è sempre un po’ un lutto, ma a volte è anche bello. Penso a Magico Vento: Manfredi con coraggio e onestà ha ammesso che non aveva più molto da dire, proprio mentre io, che lo leggevo sempre, cominciavo a intuirlo. Certo sarebbe una tragedia, anche economica, se chiudessero Tex e Dylan Dog, ma magari a quel livello di vendite e creativo si può arrivare con un altro personaggio. Oppure succede come con Ambrosini e Napoleone, che mi piaceva ma le vendite erano di nicchia. Da imprenditore avrei dovuto chiuderlo dopo due anni e mezzo, invece che dopo dieci. E adesso gli abbiamo dato una nuova possibilità con Jan Dix.
Passiamo alla storia della Bonelli, partendo dalla ormai antica polemica sul fatto che i suoi eroi sono spesso stati politicizzati...
Inevitabile. Se sfogliamo tutti i numeri di Tex, a ogni pagina tu dirai destra e io sinistra, o viceversa. E un altro dirà centro, magari. Vecchia storia di almeno trent'anni, ma noi facciamo storie, non politica: se papà faceva un banchiere ladro, era perché gli serviva nell’albo. Ricordo una storia di Tex in Canada in cui alcuni vedevano nei ribelli le Brigate Rosse, altri i poliziotti. Quando racconti storie vere o verosimili è facile che ci siano riferimenti alla modernità. Metto lì spesso le guerre passate, dai ribelli algerini alla legione straniera. Molti li evitano, sono storie diverse da quelle attuali, ma le guerre hanno la pessima abitudine di somigliarsi tutte, c’è sempre la possibilità di identificare e identificarsi. Detto fra noi, leggendo Nathan Never o le nostre altre serie, non ho mai scoperto per chi votano i nostri autori! C’è però un sentire comune che non è mai guerrafondaio. Qui da lei sono passati tanti grandi autori, da Tiziano Sclavi ad Alfredo Castelli. Ma la mia curiosità è sapere com’era Guido Nolitta...(lo pseudonimo di Sergio Bonelli n.d.r.)
Guido Nolitta? Ci litigavo sempre. Scherzi a parte, ho provato a fare l’autore di testi da giovane, curioso di capire se era davvero così difficile. Qui eravamo in due stanze: i miei genitori, io e la cugina, mi sembra, della segretaria attuale. Papà veniva qui a scrivere Tex, perché gli piaceva lavorare in compagnia. Scoprii che era molto difficile. E non avendo una grande considerazione di me ed essendo molto autocritico, chiesi a papà di poter continuare, perché rileggendo le mie storie mi sembravano boiate tremende: è successo con Il ragazzo nel far West e con Zagor. Poi un po’ per volta ho insistito e cominciarono ad arrivare dei consensi che mi hanno rinfrancato. Il pubblico mi seguiva, ho preso coraggio: in quel momento ho capito che quello che piaceva a me, giovanotto già anzianotto, in quegli anni, i ’60 e i ’70, piaceva anche al pubblico. Mi divertivo scrivendo per me stesso, veniva sentito. Non c’era sofferenza, necessità economica di lavorare, solo passione e piacere. Allora ebbi grande facilità nel lavorare e veniva dal considerarmi un dilettante. Ci sono stati anche momenti in cui facevo Tex, Zagor e Mister No. Ora non ce la farei più. E la regola di rispettare il pubblico mi viene da là: i paletti che metto - va tanto di moda questa parola - e di cui mi accusano, nascono da là, dalla mia esperienza, dalle lettere che riceviamo e che leggo. Non sono ideologici, spesso invece grafici, perché il “mio” pubblico non vuole il disegnatore “strano”, avvenirista, i nostri lettori sono abitudinari, non amano innovazioni violente. C'è una linea editoriale, come ovunque.
Pone mai dei limiti ai suoi autori?
Li pongo anche a me: ho chiuso la mia serie! Oppure amo tantissimo le storie di partigiani, li ho visti quand’ero piccolo, per me son sempre stati degli eroi, Marcheselli mi regala sempre libri a questo proposito. Ma spesso dividono il pubblico, sei costretto a confrontarti con momenti storici di cui non hai certezza. Così come non parlo dei Greci, come tanti professori mi chiedono, o del Risorgimento. Le persone li hanno studiati fino alla nausea, li annoiano, anche se piacciono a me.
Tanto per i greci e le ambientazioni storiche più ostiche c’è sempre Luca Enoch...
Enoch è diverso. Lui si è guadagnato rispetto, stima e fiducia anche perché ha portato in dote un suo pubblico. A me piaceva molto quando lo leggevo in Sprayliz, meraviglioso. Non era il nostro stile, ma ho pensato che se lui rinunciava a qualcosa e io pure, poteva essere un bell’incontro. E poi è bravo e serio, si documenta tanto. Lui non si fa aiutare mai nei disegni, ha una dote unica e sa che i suoi lettori sono fedeli a quel suo tratto.
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