• Visioni - Cinema - Recensioni
  • Dear John: guardate e piangetene tutti
di Valeria Roscioni


Nicholas Sparks torna al cinema con una storia d’amore a cui piacerebbe essere etichettata come struggente e appassionata

Channing Tatum e Amanda Seyfried in Dear John

Secondo un vecchio detto, piangere farebbe venire gli occhi belli e i polmoni grandi. Questo spiega le elevate tirature dei libri di Nicholas Sparks e il fatto che almeno una volta l’anno questi volumi dalle dimensioni ingombranti facciano il loro ingresso, più o meno trionfale, al cinema. Questo spiega anche come mai ci sia un pubblico femminile che va al cinema con una scorta di fazzoletti formato famiglia, sempre pronto a esibire la propria commozione e a confonderla con un chiaro sintomo di sensibilità d’animo. Questo, però, non è affatto sufficiente a spiegare per quale motivo il pianto sul grande schermo debba essere indotto, guidato, ricercato fino all’inverosimile e, soprattutto, annunciato.
Dear John non lascia né dubbi né scampo fin dalla prima scena, da quella voce narrante lenta e cadenzata, un po’ calda ma già disperata, non ci lascia respirare mai, neanche quando c’è il sole, quando i protagonisti sono al mare, ragazzi come tanti che si godono una passione estiva. Così gli occchi blu di Amanda Seyfried si innamorano dei muscoli possenti del vagamente tenebroso Channing Tatum e la storia può cominciare tra qualche bacio appena appassionato e gli ostacoli del caso che continuano a sembrare posti sul loro cammino, non tanto per via di un effettivo sviluppo narrativo, quanto per una spudurata ricerca di un effetto drammatico eccessivamente ricercato, e quindi in grado di scatenare esattamente il suo contario.
Il bravo soldato tornerà in guerra, le Torri gemelle cadranno, il bimbo malato avrà bisogno di una mamma, il padre autistico si sentirà solo e la bella ragazza pura d’animo si troverà in difficoltà, tra una canzone melensa e una cascata di lettere d’amore che, se di certo evocano un effetto retrò dal fascino intramontabile, risultano scarsamente plausibili in un contesto contemporaneo.
Non bastano il visino dolce della Seyfried e i suoi capelli a illuminare la scena: di luce non ce n’è e la pellicola precipita inevitabilmente trasformandosi in una storia d’amore senza passione che contiene al suo interno un film di guerra senza azione. Il risultato è un ritmo lento, e forse anche un tantino lagnoso, in cui il reiterare l’invito a provare emozioni sembra molto più importante che dar loro vita.
Quando la trama decide di sorpenderci siamo ormai quasi alla fine, è evidentemente troppo tardi per compiere un salvataggio in extremis e il finale precipita in una corsa che non solo non scalda i cuori, ma lascia basiti a guardare la posa finale di un quasi Tango mentre per la maggior parte del tempo si è stati di fronte ad uno snervante Valzer.





Commenti (7)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica