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23 maggio 2012  



  • Letture - Fumetti - Manga
  • Steamboy
di Andrea Grieco


Dall'omonimo lungometraggio animato che fu presentato alla Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, Otomo ha tratto un manga migliore del film

Steamboy di Katsuhiro Otomo

Dopo essere apparso sugli schermi per la regia di Katsuhiro Otomo, con esito a dire il vero non proprio entusiasmante, Steamboy si trasforma in un manga per opera dello stesso autore dell'anime originario, il quale realizza insieme a Yu Kinutani un fumetto sicuramente meno pretenzioso, ma molto più coinvolgente dell’omonima versione animata. Il tono apocalittico che costituiva il nervo di Akira, l’opera giustamente più famosa di Otomo, concepita dall’artista prima in tavole memorabili poi trasposte in un film d'animazione che si è imposto di prepotenza tra i testi chiave del cyberpunk, a ben vedere mal si conciliava con una storia come quella immaginata inizialmente per Stemboy. Dai due eleganti tankōbon in cui ora la Star Comics presenta le peripezie del geniale Ray Steam infatti, è facile evincere che siano stati proprio i tempi troppo rigidi e riflessivi del film omonimo a decretare il deludente esito, mentre nelle pagine del fumetto lo stesso racconto si giova di una dinamicità e un brio che costituiscono la formula giusta per lo Stemboy sequenziale.
La cover del numero uno del manga Steamboy di Katsuhiro Otomo, edito in Italia da Magic PressOtomo ambienta nella caliginosa Inghilterra ottocentesca, in pieno fermento per i fenomeni e i processi innescati dalla Rivoluzione Industriale, un'avventura che per materia e umore ricorda lo spirito dei libri di Charles Dickens, commistionato ovviamente con quelle iperboli fantastiche che rappresentano il segno distintivo del mangaka. Col romanziere britannico Stemboy condivide anche un certo afflato sociale, ma a farla da padrone nelle tavole di Otomo e Kinutani sono i dettagli minuziosi con cui vengono riprodotti ambienti, costumi e personaggi, con cui si restituisce lo spessore di un'epoca. La perizia con cui i disegni rendono il cangiante profilo architettonico di città come Manchester e Londra, dai quartieri più significativamente interessati dal rinnovamento tecnologico sino ai fatiscenti slums, è la stessa cura che i due autori riservano a tutti gli elementi che denotano la posizione di un individuo nella comunità così come andava strutturandosi agli albori dello spregiudicato capitalismo contemporaneo.
Un piglio stilistico quasi documentaristico che non risulta mai pedante o noioso perché Otomo non perde mai di vista la componente ludica ed emozionale. Così che la sontuosità del contesto descritto fa da propellente alle scoppiettanti e rocambolesche peripezie di Ray e dei suoi amici, l'aspirante giornalista Paul McGregor e l'intraprendente Emma, impegnati a superare ardimentose gare tra vicoli allora considerati avveneristici, e che si ritrovano loro malgrado a fronteggiare una sgangherata setta “luddista”. Il tutto in una profusione di invenzioni, congegni meccanici, ruote dentate, viti e bulloni da far presentire gli inquietanti risvolti e scenari che, in Akira, Otomo aveva già visualizzato per il futuro.
A testimonianza del lungo lavoro di revisione che il maestro nipponico ha dedicato alla sua creatura, affinché si trovasse per Stemboy la giusta misura tra il carattere dei suoi personaggi e le potenzialità del loro agire in virtù di quanto la fervida mente di Otomo è capace di creare, i volumi recano in appendice una raccolta di bozzetti eseguiti da Yu Kinutami, con note esplicative sugli svariati ripensamenti e retroscena che tale fase preparativa ha richieso. E la messa a punto finale rende finalmente Steamboy veloce e imprevedibile come la macchina autopropellente monoruota inventata da Ray.





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