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  • Robin Hood: il gladiatore di Sherwood
di Alessandro De Simone


Ridley Scott continua la sua ricerca della libertà e della giustizia popolare, ma la formula è già vista

Russell Crowe nel Robin Hood di Ridley Scott

È sempre bello trovare in un regista affermato il desiderio, dopo tanti successi, di mantenere una propria coerenza stilistica e narrativa. Ridley Scott è un cineasta sotto questo punto di vista per molti versi sorprendente, capace a un certo punto della sua carriera di svelare la sua anima moderatamente rivoluzionaria e populista all’interno delle dinamiche capitaliste della major. Ma se Il gladiatore è stato un momento importante per lo Scott regista, lontano ormai dai livelli di eccellenza degli esordi e dei suoi gloriosi anni Ottanta e bisognoso di un successo e di una nuova affermazione, altrettanto importante è stata la riscoperta della sua ricerca della libertà e della felicità.
Non è quindi un caso la fascinazione che Scott ha nei confronti di personaggi come Massimo l’Ispanico e Robin di Loxley e delle loro storie più o meno romanzate che ci aiutano a rivedere la sua carriera sotto una luce differente. Da I duellanti in poi, infatti, la poetica del britannico Ridley è sempre stata tesa al desiderio di affrancamento dei suoi eroi dal potere costituito, che esso fosse un ussaro ossessionato dall’onore, una multinazionale di un qualunque genere o addirittura il Male Assoluto.
Robin Hood è quindi un’ulteriore tappa di questo percorso, costellato anche di clamorosi passi falsi come Albatross, tappa quasi dovuta, visto il fascino rivoluzionario del personaggio, a cui Scott ha ovviamente voluto dare le fattezze del suo alter ego cinematografico Russell Crowe. E il risultato è un "Gladiator of Sherwood", epico, romantico, a tratti gradevolmente picaresco, ma molto deja vu e di gran lunga inferiore alle avventure narrate in quel del Colosseo appena dieci anni fa.
Gran parte dei demeriti del film, a onor del vero, sono da attribuire alla sceneggiatura farraginosa di Brian Helgeland, alla sua seconda infelice performance in pochi mesi dopo Green Zone, ma nel complesso il regista di Black Rain non riesce a tenere le redini del film che manca spesso di ritmo e che pecca incredibilmente in alcune interpretazioni chiave come quella di Cate Blanchett nei panni di una Lady Marion sin troppo moderna e intraprendente, e nel tratteggio di alcuni personaggi di contorno. Crowe è un buon Robin e Mark Strong un eccellente cattivo, ma già a forte rischio cliché dopo Sherlock Holmes, mentre assai gradevole è il ruolo di Max Von Sydow nei panni del padre putativo del nostro eroe.
In tutto ciò, però, è impossibile non apprezzare in Robin Hood una carica emotiva nei confronti del messaggio libertario di innegabile potenza e sincerità, che per buona parte della visione fa sì che lo spettatore aiuti la freccia a centrare il bersaglio. Purtroppo alla fine si rimpiangono il Robin e Marian di Richard Lester, la versione animata di Walt Disney e persino il kitsch anni Novanta di Kevin Costner, perché anche i grandi valori hanno bisogno di una confezione adeguata per essere trasmessi con la dovuta efficacia.





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