Le origini di questa figura mitologica si perdono nella notte dei tempi, il cinema lo omaggia fin dall'epoca di Errol Flyn e gli spettatori sembrano non poterne fare a meno. Ma Robin non è sempre lo stesso
Ruba ai ricchi per dare ai poveri. Basterebbe il fatto che secondo alcune analisi la recessione ha avuto l'effetto di aumentare di cinquatatré milioni di persone il numero di cittadini che rimarranno in estrema povertà nel 2015, per comprendere “quanto” fascino la figura dell’arciere Robin Hood possa aver esercitato e “perché”. È necessaria, invece, una riflessione ben più profonda per capire “come”. Lasciando a chi di dovere quantomai complesse elugubrazioni che illuminino sul passaggio per cui un bandito con improvvisi e sporadici attacchi di filantropia si sia mescolato ad una leggendaria creatura dei boschi, dando vita al grande eroe della foresta di Sherwood, è impossibile non notare quanto il bel Robin sia stato declinato in modi così diversi tra loro anche solo nell’immaginario collettivo contemporaneo, e in quel che per molti versi è il suo specchio più fedele: il cinema.
Era il 1938 quando La leggenda di Robin Hood vedeva comparire sullo schermo l’impettito
Errol Flyn e la melensa Olivia de Havilland, non ancora diventata la Melania di Via col Vento, in una trasposizione abbastanza classica della parte più nota della leggenda del giovane rampollo di Huntingdon, quella che lo vede diventare Robin Hood, sposare la bella Marion e vivere con lei felice e contento dopo il ritorno di Re Riccardo. Sorprende, poi, anni dopo - siamo nel 1952, l’impostazione di base è la stessa - trovare una pellicola di casa Disney che non sia interpretata da allegre volpi animate, ma da attori in carne ed ossa. È La storia di Robin Hood, irresistibile nel suo rispecchiare perfettamente l’epoca di cui è figlio con un protagonista gentiluomo sì, ma dotato di una certa ironia sorniona accompagnata da uno sguardo furbastro e da una impossibile da non notare dose di brillantina. Marion, invece, subiva i primi impulsi di un ancora sopito femminismo e sfoggiava la pelle candida di Joan Rice, accompagnata da qualche improvviso piglio di dolce furberia romantica. Questi erano Robin e Marion: belli, giovani, innamorati, indomito lui, sospirante lei, atletico l’arciere, una vera madonna la sua dama, in compagnia dei fedeli compari di scorribande, da Frate Tuck a Little John (occasionalmente da noi tradotto nel doppiaggio dell’epoca come “Giannetto”). Trionfavano un eroismo da gentiluomini, l’amore, la lealtà, l’amicizia e la nobiltà.
Non una parola sul fatto che la leggenda volsse che anche il rampollo di Huntigdon invecchiasse e morisse, ma solo dopo aver assistito alla fine di Re Riccardo e ad un nuovo regno del Principe Giovanni. Un finale del genere, con il tempo che agevola l’ascesa del subdolo, doveva essere stato considerato di scarso appeal se non addirittura disdicevole. E così Robin e Marian hanno potuto indossare delle ragionevoli rughe sul grande schermo solo a patto che a dar loro il volto ci fosse l’irripetibile classe di Sean Connery e Audrey Hepburn che, in Robin e Marian, ne raccontano la morte in un melò a metà tra quello che vuole la leggenda e quanto ispirò gli sceneggiatori che vollero lei suora e lui crociato.
Ma rimase una mosca bianca, quello che i menetsrelli cantavano, le gesta che il cantagallo di Walt Disney ha reso tanto celebri, erano molte, differenti, erano, come fu per il ciclo arturiano, parti diverse di una stessa storia, istantanee a cui ognuno poteva dare la sfumatura che più preferiva o che il momento gli consigliava. I nostri moderni menestrelli, i registi, invece, hanno narrato una sola avventura, sempre la stessa, hanno mitizzato l’eroe che col passare del tempo ha perso quella sua allegra guasconeria, comunque perfettamente intuibile, e si è preso sempre più sul serio. Per questo dovremmo essere grati a Mel Brooks non solo per il suo celebre Robin Hood un uomo in calzamaglia, un vero cult del filone demenziale degli anni Novanta, ma, prima ancora, per la sua serie TV Le rocambolesche avventure di Robin Hood contro l’odioso sceriffo, in cui la parodia non risparmia né l’eroe né la sua amata, né lo sceriffo né i degni compari di Sherwood. Sono boccate d’aria fresca, dai colori chiari e la scanzonatura evidente che si contrappongono al ben più cupo Robin Hood il principe dei ladri in cui Kevin Costner, complice una bellezza ruvida e davvero androgina, apre le porte all’eroe così come sembra che sarà nei prossimi anni: un uomo forte, un lottatore senza paura, non più gentiluomo, protagonista di scene chiassose e violente. Il bel Robin con gli occhi azzurri di Costner trattiene appena quanto basta la figura di quel ragazzo esile ma forte, coraggioso ma romantico, consegnando al futuro le chiavi di una foresta di Sherwood sempre più invasa da stuntman, incendi e violenza.
Quindi, qual è il vero Robin Hood? Una corsa a perdifiato nella foresta di Sherwood non è bastata a trovarlo, la più precisa delle mire non potrà mai competere con la traiettoria di una delle sue frecce, e neanche il più perfido degli sceriffi riuscirà mai a domarlo, perché lo spirito di Robin Hood è sfuggente come il folletto da cui forse ha preso vita il suo personaggio, e noi continuiamo a subire il suo fascino, il fascino di chi ruba ai ricchi per dare ai poveri.
Commenti (18)
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