Il regista e interprete di Easy Rider è morto a settantaquattro anni dopo una lunga malattia. Una vita al massimo, come pochi altri
Ho incontrato Dennis Hopper alcuni fa a Cannes, abbiamo passato un’ora a chiacchierare al ristorante del Martinez, sulla Croisette, parlando di quanto gli piacesse occuparsi del Festival del cinema di Las Vegas, di quanto avesse amato lavorare con George Romero e di come andavano le cose con Peter Fonda, tanti anni dopo le scorrazzate in motocicletta. Non benissimo, a dire il vero.
Ripensarci adesso che Mr. Hopper non c’è più fa un certo effetto, almeno quanto pensare che Dennis, come il suo omonimo Edward, ha tratteggiato l’America degli ultimi sessant’anni in tanti modi, da attore prima, esordendo sul grande schermo al fianco di James Dean in Gioventù bruciata e reincontrandosi poi anche sul set de Il gigante, e poi da regista, dirigendo il manifesto della contestazione sessantottina, Easy Rider, Palma d’oro al Festival di Cannes, pietra miliare della storia del cinema che ha in ogni senso segnato la vita e la carriera di quest’artista poliedrico.
Nato il 17 maggio del 1936 a Dodge City, nel Kansas, Hopper fino all’exploit di Easy Rider era un attore prevalentemente televisivo, ma l’incontro e l’amicizia con il ribelle erede della dinastia Fonda creò uno dei corto circuiti più entusiasmanti della storia del cinema americano, perfettamente inscritto in un momento storico che aveva già visto nascere la stella indipendente di John Cassavetes e che di lì a poco avrebbe subito una svolta radicale con la nuova Hollywood di Spielberg, Lucas e Coppola. Easy Rider era un prodotto indie vero, quindici anni prima di Sundance e della Miramax, e in questo Hopper fu un pioniere, non capace però di cogliere i frutti dello straordinario successo ricevuto dal film a causa di una dedizione quasi religiosa nei confronti di molti tipi di droghe e della bottiglia.
Però il Dennis Hopper attore, nonostante un’attività molto limitata, diventa già negli anni Settanta un’icona per il cinema d’autore, grazie al suo straordinario Tom Ripley ne L’amico americano di Wim Wenders nel 1977 e due anni dopo nel ruolo del fotoreporter folle in Apocalypse Now. A metà degli anni Ottanta riesce a disintossicarsi e nel 1988 dirige il suo terzo film, Colors, lavorando con Robert Duvall e un giovanissimo Sean Penn, in cui racconta la guerra tra le bande di giovani gangster di Los Angeles, uno spaccato storico durissimo che scatena enormi polemiche in patria.
Di pari passo all’attività cinematografica, che lo vede attivo soprattutto come attore in parti da caratterista di ogni genere, Hopper porta avanti anche la sua passione per la fotografia, scoprendosi ritrattista raffinato collezionando sin dagli anni Sessanta un archivio straordinario raccolto sui set e alle feste più o meno hollywoodiane.
Nel corso degli ultimi anni, lo ricordiamo in piccoli ruoli che solo lui avrebbe potuto fare, dal monologo scritto per lui da Quentin Tarantino in Una vita la massimo al terrorista di Speed, tornando in grande stile anche al piccolo schermo con un ruolo in 24 e soprattutto nella serie Crash, tratta dal film di Paul Haggis.
Addio Mr. Hopper, noi qui nella Città dell’Alfabeto la vogliamo ricordare per il ruolo con cui fu candidato all’Oscar nel 1987 e per cui non fu ingiustamente premiato, quello dell’allenatore in seconda in Colpo vincente, un genio del basket che esce dall’alcoolismo per aiutare il suo coach a portare una squadra di provincia delle high school al titolo nazionale. L’interpretazione di una vita che racchiudeva una vita. La sua, vissuta sempre con grande e generosa intensità.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (1)
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Game Of Thrones complete Box Set 1 ha scritto: 2012-01-05 07:23:58
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