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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Interviste
  • Intervista a Scott Turow
di Adriano Ercolani


Scott Turow ci consegna le chiavi per entrare nella mente di uno scrittore di genere con chiarezza e molta onestà

Scott Turow

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Innocente, abbiamo avuto il piacere di intervistare Scott Turow, uno dei pionieri del legal thriller che con questo suo ultimo romanzo ci riporta sulla scena di Presunto innocente, ma con le dovute differenze. Tra libri, cinema e scrittori preferiti ecco com'è andata.

A più di venti anni di distanza dal primo capitolo Presunto innocente, ha deciso di tornare a raccontare le disavventure del suo personaggio più famoso, Rusty Sabich.
Avevo sempre detto che non avrei mai scritto di nuovo qualcosa su Rusty, soprattutto perché non volevo limitarmi come scrittore e poi perché subito dopo Presunto innocente, non volevo competere con me stesso. Però cinque anni fa mi sono ritrovato a pensare di nuovo a lui. Stavamo entrambi per compiere sessant'anni e volevo scrivere un romanzo che parlasse dei cambiamenti che avvengono quando sei avanti con l’età. Non ero sicuro che fosse una buona idea. Avevo un post-it sulla scrivania che diceva: “Un uomo è seduto su un letto, dove giace il corpo di una donna morta”. Non ricordo cosa l’abbia ispirato, forse un quadro di Hopper intitolato The Philosophy and the Education, che sembra esattamente ciò che ho scritto. Un giorno mi sono girato, ho letto il post-it e mi sono reso conto che l’uomo seduto su quel letto era Rusty Sabich. Allora mi sono detto: “Chi è la donna?” e mi sono ricordato che lui era ancora sposato con sua moglie. Ecco che avevo una storia da raccontare, nonostante prima fossi riluttante. Quando uno scrittore ha una storia valida, ogni promessa viene infranta.

Qual è, secondo lei, il messaggio più profondo di questo suo nuovo romanzo?
Penso che Innocente parli del perché per alcune persone i cambiamenti che devono affrontare nella vita siano così difficili e del perché sembrino condannati a ripetere sempre gli stessi errori; questo può succedere nonostante ci siano tutte le buone intenzioni perché non accada. Posso dire di aver scritto il libro con una certa consapevolezza.

Questo libro è diverso da Presunto innocente. Qui ci sono quattro narratori e livelli temporali diversi. Come ha scelto questa struttura narrativa particolare?
Era una questione di come raccontare la storia. Durante la fase iniziale ho pensato a Rusty e Barbara e poi ho pensato a loro figlio, Nat, però il personaggio che mi ha sorpreso di più è stato Tommy Molto, il procuratore. Appena ho cominciato a rendere più ricco il suo ruolo, sono riuscito a capire come si sarebbe svolto il romanzo. Vorrei puntualizzare che l’andare avanti e indietro nel tempo all’inizio del libro succede anche in Presunto innocente: dall’indagine sulla morte di Carolyn Polhemus, al passato, dove si vede la relazione clandestina tra lei e Rusty. Quindi ci sono delle similitudini ma, come ha detto lei prima, una grossa differenza la fanno le molteplici voci narranti. Non volevo che questo libro fosse il clone di Presunto innocente, volevo che seguisse le orme del libro precedente senza però imitarlo.

Come lei ha anticipato, il personaggio più importante è il procuratore Tommy Molto. C’è qualcosa della sua storia personale, della sua vita, in questa figura?
Quando ho creato Tommy Molto, negli anni ’80, naturalmente prendevo in giro me stesso: il tipo di procuratore sciatto, frenetico e pieno di passione. La maturazione di Tommy nel corso dei miei romanzi quindi riguarda in qualche modo anche me. Un amico, non un critico letterario, molto prima che lasciassi gli Stati Uniti una volta mi ha detto: “Tommy Molto è probabilmente l’uomo più rispettabile tra i tuoi personaggi, nel senso che scende meno a compromessi”. Sicuramente in Innocente c’è un forte dualismo tra Tommy e Rusty. Anche se le nostre simpatie sembrano andare tutte a Rusty, è Tommy la figura che incarna la virtù.

Per preparare questa intervista ho guardato Presunto innocente, il film diretto da Alan Pakula del 1990. Le è piaciuto quell’adattamento?
Il film Presunto innocente mi piace molto. Alan Pakula era un regista meraviglioso e un essere umano ancora più amabile. È stato molto generoso con me. L’unica questione che c’è stata tra di noi era una questione emotiva tra i personaggi: la relazione che Rusty ha con Carolyn, così come la relazione che ha in Innocente, è dolorosa. C’è un grande dolore al centro di questa storia e ho cercato di far sì che Alan facesse venire fuori questo sentimento. Però per varie ragioni, per il tipo di film, per il poco tempo che aveva a disposizione, per il desiderio di piacere ad una vasta fetta di pubblico, insomma per diversi motivi, lui non ha voluto andare in quella direzione. In generale, è stato un buon adattamento del mio romanzo, molti autori sono stati trattati in maniera peggiore.

Pensa che ci sarà, in futuro, un film tratto da Innocente?
Se dovessi indovinare direi di sì, comunque non è stato fatto alcun accordo finora. A Hollywood ci sono troppi elementi casuali in questa fase, dobbiamo vedere come andrà a finire. È difficile credere che con un predecessore di successo come è stato il film Presunto innocente, qualcuno non voglia farne il seguito.

Tornando al romanzo, un altro personaggio tragico che mi piace molto è Nat, il figlio di Rusty. Come ha costruito la psicologia così dolorosa del giovane?
In Innocente ero determinato ad essere fedele alla psicologia dei personaggi stabilita dal primo capitolo. Potevo sentire l’effetto della repressione che provava questo ragazzo in Presunto innocente, volevo creare un personaggio che aveva assistito ad un tentativo di suicidio della madre, che aveva due genitori che gli stavano sempre addosso, tutto questo amplificato da una forte ansia, forse dovuta all’instabilità della madre. Allo stesso tempo, però, è un giovane uomo che lotta per stare al mondo in modo costruttivo. Per il resto si tratta di intuizione: mi piace Nat, una mia collega l’altra sera ha detto che cerca un uomo proprio come lui.

Quali sono i romanzi o gli scrittori che la hanno ispirata nel suo lavoro?
Saul Bellow, perché è dello stesso quartiere di Chicago di mio padre, infatti sono andati al liceo insieme. Graham Greene, che mi ha fatto capire come la finzione letteraria e la suspense possono essere combinate insieme. Charles Dickens, semplicemente perché mi è entrato nel cervello quando ero giovane e non sono mai riuscito a togliermelo dalla testa. Se osservo il mio stile narrativo è puramente dickensiano, in altre parole costruisco i miei personaggi, la narrazione e le scene nel suo stesso modo.

Sta lavorando a nuovi progetti, al momento?
Penso di sì. Ho lavorato a varie cose negli ultimi sei mesi. Alla sceneggiatura per un pilota televisivo, ad una commedia con la famosa troupe comica americana Second City, abbiamo ancora da lavorare sulla sceneggiatura, perciò ho quello da fare. Sto iniziando un romanzo, vorrei scriverlo e vedere com’è. Si tratta di un romanzo comico breve, ma potrei ripensarci. Scriverò un altro libro, lo prometto.

Traduzione a cura di Katia Gizzi





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