Il cinema ci ha abituati alla paura delle epidemie, ma esistono ancora horror in grado di stupirci
Arriva ancora dalla Francia una pellicola che è lì a dimostrare che i generi non sono qualcosa di morto e sepolto, e neppure qualcosa che per destare entusiasmo e interesse debba necessariamente essere (ri)masticato, digerito ed evacuato secondo i canoni della post-modernità. Il film in questione è Mutants, che sin dal titolo esplicita la sua filiazione dallo sfruttatissimo, e anche redditizio, horror pandemico tanto in voga negli ultimi anni.
Qualcuno potrebbe allora chiedersi cosa renda così speciale questa sorta di zombie movie transalpino. Cominciamo col dire che Mutants conferma, dopo l'esito elettrizzante di opere quali A l’interieur e Martyrs, la possibilità di un cinema altro rispetto all'imperante e spesso scialba proposta hollywoodiana, della cui produzione, comunque, non si rinnegano filoni e stilemi fondamentali, con l'innesto di una sensibilità e un'attitudine di matrice europea che consentono di perpetuare l'approccio di critica feroce connaturato all'horror. Pertanto Mutants è un film che può godersi come semplice intrattenimento e offrire un destabilizzante momento di riflessione, visto che è al contempo un infallibile meccanismo da spavento e un'urticante e intollerabile disamina della precarietà dei rapporti interpersonali.
A determinare immediatamente il tono del film sono le location e l'uso intelligente che il regista David Morley fa della profondità di campo. Anche Mutants infatti, è ambientato in quelle lande montane, ghiacciate e innevate, che da 30 Giorni di Buio al nostrano Shadow e all'imminente reboot della “cosa” carpenteriana, sembrano essersi conquistate un posto d'onore tra le dimore del male e dell'inquietudine, che allignano ed esplodono dagli angoli e dagli interstizi di inquadrature che dislocano in tutto il loro spazio i punti d'azione per cogliere meglio di sorpresa lo spettatore. Queste le coordinate estetico-linguistiche entro cui Morley tesse la storia di una coppia di scampati al virus che trasforma gli individui in esseri affamati di carne umana.
Dopo un incipit serrato in cui si paga il pegno ai topoi imposti dalla componente survivor, i due sventurati si rifugiano in un isolato complesso ospedaliero che l'abbandono ha reso molto più simile ad un labirintico, marcescente obitorio. Peccato che dopo uno scontro tra infetti e sopravvissuti, in uno scambio di proiettili che è un vero pièce de resistance, oltre che ferito, lui venga irrorato dal sangue di un infetto colpito a morte. Cosa può restare da fare alla compagna oltre ad abbattere l'amato prima che sopravvenga l'orribile mutazione? Ovviamente accudirlo nella speranza di trovare una soluzione, assistendo al lento e orrendo decorso della malattia.
Un'idea semplice ed efficace che si presta ad una miriade di letture e che, innanzitutto, consente di mettere in scena inedite e insopportabili sequenze a base di sconquassanti convulsioni, emorragie, copiosi sbotti di umori neri come la pece e consunzione materica, il tutto accompagnato da scoppi violenti di ira che minano il rapporto tra i due protagonisti. E il film prosegue così per una sua buona metà, in una claustrofobia da kammerspiele in cui si segue la devastazione del corpo e della relazione, sorta di Ultimo Tango a Parigi con zombie, con al posto del burro tanto sangue a lubrificare la tensione e la scansione degli eventi.
Poi Morley si ricorda della lezione romeriana e, dopo aver espresso con dovizia drammatica il concetto di fondo, dà il via alla carneficina con l'irrompere in campo di un nuovo gruppo di scampati ben armato e malintenzionato. Tra assalti e aggressioni ben congegnati e ritmati si giunge all'ultimo guizzo finale, tutto giocato in un recinto dalle molteplici ed esplicite valenze simboliche.
L'isieme è più che sufficiente per consigliare la visione del DVD, purché sia quello edito dalla TF1 France, che vanta tra gli extra anche il cortometraggio di Morley, Morsures, palese banco di prova per il suo futuro Mutants. Da tenere d'occhio le prossime mosse di questo giovane regista d'oltralpe.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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