Teorie e tecniche di un reporter che ha saputo stupire il suo pubblico, senza viaggiare troppo lontano
Siamo stati alle giornate inaugurali della terza edizione dell’ArtèFoto Festival. Sui Castelli di Jesi, tra buon vino e dolci colline, la manifestazione inizia a raccogliere i frutti di tanto lavoro e ad acquisire una certa importanza tra gli eventi dedicati alla fotografia di reportage.
Sebbene le immagini dei photoreporter illustrino il più delle volte vicende tragiche, tra le mostre che hanno riscosso più successo c’era Burladies, progetto di Giovanni Cocco sul mondo e sulle donne del Burlesque Show qui in Italia. Lo abbiamo incontrato per fargli alcune domande sul suo lavoro.
Quando scegli i temi da trattare fai scelte dettate dalla passione fotografica o ti affidi anche a valutazioni di carattere commerciale, cioé pensi cosa sarà più appetibile per il mercato editoriale?
La valutazione commerciale non c’è mai. Non faccio qualcosa affinché io la venda. Non è quello il pensiero e non riuscirei a impegnarmi in un progetto che non sento. Si fotografa bene solo quello che piace e che si ama veramente. Quando trovo un tema, lo faccio perché m’interessa e voglio approfondirlo, conoscerlo meglio. Allora lo frequento e in seguito inizio a raccontarlo. All’inizio non avrei mai pensato che Burlesque sarebbe diventato un’operazione commerciale così forte. Lo è diventato semplicemente perché era il momento giusto per raccontare questa subcultura. Quando è uscita la mia mostra e le mie pubblicazioni, in contemporanea parlavano di “burlesque” a Sanremo e a Chiambretti Night, quindi c’è stata questo grosso ritorno commerciale che non era stato minimamente pensato.
Infatti nel 2007, quando hai incominciato, non si parlava ancora di Burlesque.
No, assolutamente. È stato un boom dell’ultimo anno che penso avrà termine l’anno prossimo. Come tutte le mode qui in Italia che hanno picchi improvvisi e poi terminano. A differenza di America e Francia dove questo è un vero e proprio movimento culturale e si porta tutto un pubblico di appassionati.
Cosa sta capitando nel tuo percorso professionale con il successo di Burladies?
Il successo non è così eccessivo. Il lavoro è cresciuto molto e diversi festival e gallerie me lo stanno richiedendo. Prossima tappa di Burledies sarà "Rovereto Immagini", a luglio, un festival molto importante, della provincia di Verona e poi andrà anche a Parigi. Le pubblicazioni che ho avuto in Italia sono dipese proprio dal momento che stiamo vivendo adesso. In più non è il solito lavoro di reportage di guerra, disgrazie e cose del genere.
C’è la necessita di avere uno staff dietro quando realizzi reportage di questo tipo?
A poterselo permettere sarebbe bello avere qualcuno che ti aiuta. Anche se io personalmente preferisco lavorare da solo: so perfettamente cosa voglio e mi muovo di conseguenza. Faccio tutto da solo.
La postoproduzione è molto importante nel tuo lavoro. É così per te? Quanto c’è di lavoro dopo lo scatto?
La postproduzione è fondamentale. Nel senso che la fotografia non è lo scatto, ma il prodotto finale della stampa. Io penso che i grandi fotografi dell’epoca come Cartier-Bresson e Capa abbiano goduto dell’ottima qualità delle loro immagini anche grazie a un’eccellente postproduzione che all’epoca si chiamava “camera oscura”. Nelle mie foto la manipolazione non è eccessiva. Capisco che può sembrarlo, visto che ci sono delle luci difficili da capire. È il modo di lavorare che mi porta a ottenere questo risultato finale. Un po’ in tutte le immagini che faccio. Poi aggiungici che essendo il burlesque un mondo molto, molto colorato, è automatico avere lo stesso risultato anche nell’immagine finale. L’unica parte in cui ho davvero investito è nel tipo di stampa e tutto ciò che è legato alle scelte di allestimento: la selezione di una carta adeguata.
Hai usato anche luce flash. Che tipo di attrezzatura?
Macchineta, obiettivo e flash. Un flash vecchissimo, un sb 28 che usavo con la F100, all’epoca in manuale. La mia non è mai una luce totalmente frontale, ma sempre di taglio che mi sistemo ogni volta, magari utilizzando delle cellule in radio frequenza. Il fatto è che quando la luce non c’è bisogna crearla. Nei posti dove ho fatto il reportage di solito la luce è sempre da lampade a neon o a tungsteno. Quindi ricreo la luce così come vorrei averla, come se entrasse da una finestra o come se fosse un occhio di bue. Uso un solo flash. Riuscendo a focalizzare la luce solo dove voglio e come voglio. Ormai lavoro da sempre così. E vado in automatico.
La mostra "Burledies" di Giovanni Cocco è in mostra all'ArtèFoto Festival
Festival Internazionale di Fotogiornalismo
Castelli di Jesi - Provincia di Ancona
fino al 6 giugno 2010
Commenti (21)
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canada goose jackets ha scritto: 2011-12-20 08:28:05
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