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  • L’occhio magico di Kubrick
di Stefania Biamonti


A Milano, in prima mondiale, una mostra dedicata a un inedito Kubrick - Fotografo. Un viaggio a ritroso, verso le origini di uno stile oggi divenuto inconfondibile

Stanley Kubrick. Fonte: www.mostrakubrick.it

Dal giorno della sua scomparsa, avvenuta nel 1999, di esposizioni e iniziative dedicate al celebre Stanley Kubrick ce ne sono state tante. Una delle più importanti è stata senza dubbio la grande retrospettiva allestita, dal novembre 2007 al gennaio 2008, presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma. Si trattava di un lungo percorso espositivo atto a riunire materiali di ricerca, diapositive su vetro, disegni, fotografie e oggetti di scena, appartenuti e utilizzati dal grande regista nel corso della sua lunga carriera.
Una bella iniziativa che, tuttavia, ben poco ha in comune con la suggestiva mostra attualmente allestita, sempre in suo onore, presso il Palazzo della Ragione di Milano.

Stanley Kubrick, Untitled, 1950

Contrariamente infatti a quanto visto fino ad ora, Stanley Kubrick. Fotografo 1945 – 1950 si propone di documentare uno degli aspetti meno conosciuti, nonostante la considerevole rilevanza prospettica, della carriera di questo noto regista statunitense. Dal 1945 al 1950, egli lavorò infatti come fotoreporter per Look, una stimata rivista newyorkese che, in quegli anni, si proponeva di documentare la vita sociale dell’America post-bellica. In mostra, quindi, non una semplice raccolta di fotografie d’autore, bensì una serie di veri e propri “racconti per immagini”, piccoli reportage realizzati, appositamente per la testata, da un Kubrick appena diciassettenne. Un corpus storicamente unico, e dalle aperte derive cinematografiche, attraverso il quale è già possibile intravedere i caratteri essenziali di quella grammatica visiva che, con il passare del tempo, andrà a costituire la sua personale cifra stilistica. Sebbene infatti a quel tempo il suo occhio fosse per certi versi ancora immaturo, e lontano da quello del famoso Kubrick-Regista che conosciamo, riuscì a dimostrare subito le sue grandi doti compositive e a svelare quella sua peculiare capacità narrativa, tanto fuori dal comune allora quanto “riconoscibile” oggi: da ogni sequenza trapela infatti quello stesso amore per il paradosso, per l’ossimoro e per l'ambiguità riscontrabili in ogni sua pellicola cinematografica realizzata in seguito. Attraverso il suo obiettivo, la realtà viene quindi articolata su più livelli e drammatizzata fino al punto di apparire quasi distorta, prigioniera di immagini dense e contrastate, cariche di simbologie e rimandi inaspettati. Ogni personaggio è così rinchiuso in inquadrature perturbanti e meticolosamente studiate, nonché tratteggiato in maniera così particolareggiata, e al tempo stesso stereotipante, da restituire spesso l’illusione di essere di fronte a una serie di fotografie di scena più che di reportage.

Stanley Kubrick, A tale of a shoe-shine boy, 1947

Del resto però, la sua avversione a una certa impostazione e interpretazione classica della fotografia documentaria è ormai nota: «Io credo dunque - diceva a questo proposito qualche anno prima della sua scomparsa - che un’asserzione chiara, letterale e “oggettiva” sia di per sé falsa e non avrà mai il potere di una perfetta ambiguità». Dal suo punto di vista, meglio quindi concepire l’obiettivo come una sorta di occhio magico, capace di catturare la realtà e di ristrutturarla sotto forma di rivelatrici apparizioni oniriche, piuttosto che scimmiottare una verità irraggiungibile.
Girovagando dunque tra le duecento immagini selezionate e riunite qui da Rainer Crone, curatore di questa mostra e grande studioso di arte contemporanea, è quindi possibile osservare le tracce di una vocazione registica innata, filtrata attraverso un’organizzazione visiva attentamente costruita sia all’interno della singola immagine sia nella successiva messa in sequenza.
Uno sguardo sul mondo, quello di Kubrick, raffinato, ironico e capace di abbracciare i propri protagonisti in voluttuose ramificazioni di senso. Un linguaggio dotato di una sintassi visiva inconfondibile che, sia nella fotografia, ma soprattutto nel cinema, ha reso il suo nome immortale.

Stanley Kubrick, Myths of a Paddy Wagon, ottobre 1948


Info:
Realizzata dal Comune di Milano - Cultura e da Giunti Arte Mostre Musei, in collaborazione con la Library of Congress di Washington e il Museum of the City of New York, Stanley Kubrick. Fotografo - 1945 – 1950 è un’esposizione curata da Rainer Crone.
Fino al 4 luglio.
Palazzo della Ragione, piazza Mercanti 1, 20123 Milano
www.mostrakubrick.it
Orari: lunedì, 14,30-19,30; da martedì a domenica, 9,30-19,30; giovedì, 9,30-22,30.
Ingresso: 8,00 Euro; 6,50 Euro; 3,00 Euro.








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