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  • Mary and Max: la metropoli in bianco e nero
di Ilario Pieri


Un prodotto d'animazione delizioso, un racconto delicato e pieno di umorismo. Ancora inedito in Italia, in rete è già un cult

Mary and Max

La vita per alcuni è come una scatola di cioccolatini, per altri una collezione di ammaccature e graffi, per altri ancora un marciapiede molto lungo pieno di crepe, mozziconi di sigaretta e bucce di banana. Quest’ultima visione scorge nello specchio Max Jerry Horovitz, il quarantaquattrenne ebreo newyorchese affetto dalla sindrome di Asperger, abitante di un mondo in bianco e nero, ospite di una New York troppo affollata e rumorosa, così frastornante dall’agognare la pace della Luna. Il riflesso dell’uomo si infrange negli occhi, dal colore delle pozze fangose di Mary Daisy Dinkle, una bambina australiana di otto anni, prigioniera dei fallimenti dei propri cari, in una casa su di un pianeta suburbano a colori (Mount Waverley) sommerso dai rifiuti e da una caligine di tristezza in cui anche il sole sembra aver perso la propria proverbiale intensità.
La locandina di Mary e MaxAdam Elliot, il regista premio Oscar del cortometraggio Harvey Krumpet, dirige con tocco delicato una storia di solitudini, lutti e disperazione intrisa di surreale umorismo. I personaggi si muovono in ambienti ostili, sorretti da trame complesse e solide, per un prodotto d’animazione unico, girato con la particolare tecnica in stop motion chiamata clyamation (la stessa di Wallace e Grommit). Prestano le voci Eric Bana, Toni Collette e un formidabile (se ancora ce ne fosse il bisogno di sottolinearlo) Philip Seymour Hoffman nei panni del malinconico Max.
Il successo ottenuto con il corto permette al regista di espandere il materiale narrativo (ispirato a una storia vera) in un’ora e venti di memorie, riflessioni e speranze, cantando un singolare rapporto epistolare iniziato nel 1976 e concluso nel 1998 fra due anime macchiate da colpe a loro non imputabili, con tocchi di poesia da far invidia alle grandi produzioni con attori in carne e ossa. Nasce così Mary and Max.
Le doppie iniziali e i caratteri scelti per il titolo del film sono sintomatici, poiché pongono due universi a confronto: quello infantile e tortuoso di Mary contro l’aspra e tormentata maturità di Max. Basta soffermasi sulla figura dello stesso obeso americano per comprendere le intenzioni del suo autore nel volersi rivolgere a un pubblico adulto, nonostante, per certi versi, l’animazione sia ancora considerata una stupida etichetta. Max non riesce a interagire con la società perché, così come la sua amica di penna, è un figlio non voluto e dunque non gli appartiene. La stessa macchina sociale lo ha sempre masticato e rigettato portandolo a compiere umili lavori o sezionandolo come una cavia, a causa della sua inspiegabile follia perché, d’accordo con Albert Einstein, due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana. Del resto anche Mary nasce a causa di un incidente (come non smette di ricordarle la madre alcolizzata) crede che i bambini si trovino dentro i boccali di birra e, soffrendo della sua condizione, getta lo sguardo incuriosito fuori dalla finestra in cerca di tepore sprigionato da qualche timido barlume. Un tepore magari rintanato nella smisurata passione per un programma televisivo (i Noblets) di cui è fan anche Max, dove si celebra ingenuamente il valore dell’amicizia e della cooperazione fra esseri diversi, lontani dalle ombre minacciose dell’oscura realtà. Anche le figure di contorno sono ben caratterizzate a cominciare dal Al (diminutivo di alitosi), il gatto randagio reso orbo a causa di un proiettile esploso dalla pistola ad aria compressa di qualche teppistello della Grande Mela, fino ad arrivare a Len Hislop, un vecchio agorafobico senza gambe vicino di casa Dinkle.
Da incorniciare, tra i tanti, due momenti memorabili della visione: la sequenza nella quale Mary decide di farla finita in una stanza con le pareti tinte di nero sulle note di Doris Day in Que sera, sera e quella dove Max è colpito da una luce teatrale, immortalato dinanzi ad una straordinaria vincita alla lotteria.
Mary e Max ha ricevuto le lodi della critica di tutto il mondo, ha conquistato premi un po’ ovunque, fra cui il prestigioso Grand Prize al Festival dell’animazione di Annecy, eppure non è mai riuscito a trovare una distribuzione italiana e questo ci dovrebbe una volta di più far riflettere su quanto, a volte, siamo provinciali e poco disposti a cogliere le primizie dell’albero dell’arte, avulsa da steccati, vincoli o strategie di mercato.





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