• Visioni - Fotografia - Interviste
  • Conversazione con Simona Ghizzoni
di Daniele Federico


Con grande determinazione e consapevolezza, la fotografa dello staff Contrasto ci ha raccontato il senso delle sue scelte

Odd Days (particolare). Photo: Simona Ghizzoni

Simona Ghizzoni è tra le giovani fotografe più apprezzate in Italia. I suoi lavori sfidano nei modi e nei temi il fotoreportage più tipico dimostrandoci che c'è ancora spazio per i tempi lunghi.
La sua carriera è iniziata un po’ per caso, quando racconta di aver trovato una fotocamera Minolta nella spazzatura. Nel 2006 realizza a Sarajevo Cicatrici, iniziando fin da subito a osservare con attenzione le donne e segni lasciati dalla guerra sui loro volti, così come sui loro luoghi. Successivamente fotografa i ragazzi/adulti alla soglia dei 30, per il progetto Frazioni, anche in quel caso con un occhio di riguardo nei confronti dell'universo femminile. Vince il premio “Attenzione talento fotografico Fnac”, per la categoria “Ritratti individuali”. Il reportage, dal titolo Odd Days, è quello che la fa conoscere al'intero l'ambiente fotografico in Italia, all'estero e perfino fuori dai circuiti tipici.
Abbiamo avuto il piacere di incontrarla alla seconda edizione dell'ArtèFoto Festival dove ci ha concesso il tempo per una piacevole conversazione.

I tuoi progetti fotografici riguardano sempre, o quasi, il mondo femminile. Perché?
Perché sono donna, prima di tutto. Quando ho iniziato il mio lavoro sui disturbi dell’alimentazione ho incontrato alcuni ragazzi, ma mi sono resa conto che mi trovo meglio a fotografare le ragazze. Il tipo di rapporto personale che riesco a creare è fondamentale, dato che ho bisogno di molto tempo per lavorare. Poi mi sono affezionata all’idea di lavorare sulla condizione femminile, ho iniziato a documentarmi e a vedere che cosa accade anche al di fuori dell’Italia, quanto le donne siano vittime di moltissime situazioni.

Odd Days. Photo: Simona Ghizzoni

Che relazione c'è tra il tuo interesse per il femminile e il progetto sui trent'anni?
Quello era stato un progetto divertente, nato quasi per caso visto che io stavo passando i trenta e come me, moltissime mie amiche. Tutte le ragazze che ho fotografato erano mie amiche, quindi il tutto è stato come uno specchio. Un lavoro carino e rilassante.

Tornando a Odd Days, i soggetti che hai incontrato hanno un rapporto complesso con la propria immagine e tu li hai ritratti. Secondo te questa operazione di fotografare ha, in qualche modo, influito sul loro percorso? Sulla loro terapia? Ha aiutato? Oppure no?
Ci sono tantissimi aspetti da considerare. Sono stata in tre centri per tre anni arrivando a conoscere tutti tra medici, paramedici e personale. Sono praticamente di casa in questi centri che mi hanno aperto le porte. Altri invece rifiutano video e macchine fotografiche. Quelli in cui sono stata io ritengono invece che sia giusto aprire le porte e parlare apertamente di questo problema. Il disturbo alimentare è anche un disturbo dell’immagine corporea. Alcuni medici dicono che è un “disturbo dell’occhio”. L’immagine che hanno queste ragazze di loro stesse è distorta e si vedono con le gambe più larghe di quelle che sono in realtà: perdono la percezione fisica. C’era una di queste ragazze in terapia: mi raccontava che si accorgeva di essere sulla via della guarigione perché quando si alzava dal letto lasciava un solco sulle coperte. Tutte le ragazze si fotografano e si autoritraggono nelle varie fasi della malattia. È un fatto comune. Pare che si vedano di più in foto che allo specchio.

Ho letto che hai intenzione di riprendere questo lavoro. Vuoi introdurre qualche cambiamento?
La prima parte era sui centri che curano i disturbi dell’alimentazione: mi interessava questa dimensione di semi-ospedale e semi-casa. Adesso incontro nuovamente alcune delle ragazze che ho conosciuto in questi tre anni, con alcune sono diventata proprio amica. Vado a casa loro. C'è chi sta meglio e chi sta peggio. Racconto il loro quotidiano a distanza di due o tre anni dal ricovero e sto introducendo anche il video. Vorrei che loro stesse raccontino come stanno e cos’è la loro malattia.

Odd Days. Photo: Simona Ghizzoni

Hai mai pensato di osservare quei luoghi gestiti un po’ peggio, in cui si fa, ad esempio, un utilizzo forte di psicofarmaci? O all’estremo, le cliniche superlusso, per ragazze ricche?
Sono tutti aspetti molto interessanti, ma ho paura che tutto diventi troppo vasto. C’è poi anche un problema di permessi perché le cliniche private hanno una politica sulla privacy spesso restrittiva. Di cliniche pubbliche tenute male ce ne sono poche in Italia. Ci sono gli ospedali e, se le ragazze sono minorenni, vengono ricoverate in pediatria. Probabilmente nei day hospital si fa un uso più massiccio di psicofarmaci. A me interessava costruire un rapporto con i soggetti e per questo erano necessarie strutture di cura, non di passaggio.





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