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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • La breve seconda vita di Bree Tanner
di Federica Aliano


Il romanzo spin off della Twilight saga è un inutile e confuso racconto breve, qualitativamente persino peggiore dei quattro romanzi principali

La breve seconda vita di Bree Tanner, di Stephenie Meyer

Se la critica letteraria “seria” si prendesse la briga di recensire anche i titoli per ragazzi, sicuramente molti genitori non sarebbero più tanto felici di vedere i corposi volumi dalla copertina nera in mano alle proprie figliolette, orgogliosi di dire “guarda che libroni legge mia figlia”. Se qualcuno si fosse preso l’incomodo di criticare il contenuto dei romanzi di Stephenie Meyer, magari si sarebbe anche accorto di quanto siano diseducativi e passatisti, oltre che fortemente bigotti e maschilisti. Non sarebbe cambiato nulla, basti vedere il caso Dan Brown, ma almeno si sarebbe potuto parlare con cognizione di causa.
La breve seconda vita di Bree Tanner non è niente più che un racconto breve, un esercizio che molti scrittori fanno per capire meglio come posizionare un personaggio in relazione ai protagonisti; ma dal momento che a scriverlo è l’attuale gallina dalle uova d’oro, è stato pubblicato, hardcover, corpo del carattere gigante e margini ampi come autostrade, e ovviamente ha segnato un nuovo record di vendite.
La copertina de La breve seconda vita di Bree Tanner, di Stephenie Meyer, edito in Italia da FaziMa il valore di questo libro non sta neppure nello spazio che occupa sullo scaffale, sia dal punto di vista contenutistico che da quello squisitamente linguistico. La Meyer, in questi anni di creatività a briglia sciolta, non ha evoluto minimamente il suo stile, continuando a reiterare schemi narrativi ed evitando come la peste ciò in cui è carente. Anche questa volta il racconto è in prima persona, al passato, e rimane proprio difficile capire come possa essere possibile, dal momento che la vicenda si conclude, come è noto, con la morte della protagonista. Eppure, ancora una volta, questa introspezione è puramente cronachistica e non ci dà un accesso alla personalità, alle emozioni, ai pensieri profondi del personaggio che racconta. Bree, come tutti i personaggi della Meyer, non è mai guidata da un pensiero o da reali intenti, quanto piuttosto da bisogni primari come la sete e l’istinto di conservazione. Anche il sentimento amoroso (che in questo volumetto è persino difficile chiamare tale) viene subìto come un qualcosa che “è capitato” e non c’è mai realmente una scelta. Anche se Bree è una giovanissima vampira sveglia, fisicamente forte, scattante e molto più intelligente della maggior parte dei “neonati” del suo scalcinato esercito, il suo destino è comunque quello di essere una ragazza fragile che non può far altro che farsi salvare da un vampiro maschio. Ora Diego, ora Fred (il cui potere speciale, ebbene sì, è quello di suscitare disgusto) la difendono, la nascondono, la informano, e anche quando avrebbe la possibilità di andarsene lontano, da sola, verso la libertà e la salvezza, Bree è come incatenata da un concetto mentale che le rende la fuga impossibile senza un compagno al suo fianco. Piuttosto sceglie di andare incontro a morte certa per aver ricevuto un fugace bacio a fior di labbra.
Di nuovo abbiamo una giovane, di nuovo due uomini che la ammirano, di nuovo la protagonista descrive tutto tranne il nocciolo della vicenda: lo scontro. È ormai evidente che la Meyer, che riempie pagine con descrizioni minuziose e pleonastiche, quando non impossibili (come fa qualcuno in preda ad atroci dolori a descrivere tutto nei minimi dettagli, mentre si sta contorcendo?), eviti di narrare scene di lotta. Come già accade a Bella in Eclipse, durante lo scontro Bree si trova lontano – e chi ha letto tutti i quattro romanzi sa già che in Breaking Dawn la tanto attesa e temuta guerra si risolve in un mare di chiacchiere. Con tanti generi letterari a disposizione, perché infilarsi proprio nel cunicolo di ciò che non si è in grado di fare?
L’utilità di questa lettura ai fini della storia, poi, è pressoché inesistente. Stephenie è stata solerte nel chiedere ai suoi fan di acquistare il libro e di leggerlo prima di vedere il film tratto da Eclipse, pena non comprendere alcuni risvolti della trama. Ebbene, è semplicemente falso. La piccola Bree cinematografica non ha nemmeno una battuta, la sua presenza è superflua. Anche letterariamente parlando, la sua funzione era maggiore in Eclipse che nel libro a lei dedicato.
Ma per carità, non dite alle vostre figlie di non leggerlo: ottereste solo l’effetto contrario.






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