Una gioventù perduta sui binari degli anni Ottanta. L'autore di Lasciami entrare torna con tutta la sua prorompente lucidità
Benvenuti a Domaro. È un luogo che non troverete sulle carte nautiche, a meno che non guardiate attentamente.
Ecco, siamo alle solite. John Ajvide Lindqvist torna a narrare le sorti di uno spazio altro, ai confini del tempo. Un tempo astratto, fra presente e passato laddove, come precisa l’autore, possono emergere isole, uomini e racconti; territori talmente inquietanti da rendere perfino il purgatorio di Lost una meta per turisti annoiati.
Per respirare l’aria malsana e sinistra di questa fosca area sperduta nell’infinito oblio, lo scrittore ci invita a lasciare ogni speranza davanti all’ingresso principale della ragione per affrontare, assieme ai personaggi, un viaggio nelle nostre paure recondite celate dal mare. Dopo aver rivoluzionato l’universo delle creature della notte e di non morti sul viale di casa, è la volta degli spettri, dei clown assassini e dei magici insetti custoditi nelle scatole dei fiammiferi. Diamo un’occhiata allora ai protagonisti e cerchiamo di capire qual è la vicenda descritta nel romanzo: Anders è cresciuto in un posto in cui non succede niente e un giorno, tornato a calpestare quel suolo, ormai adulto, in gita al faro di Gavasten, con la moglie e la figlia Maja, perde le tracce della sua bambina. Da quel preciso istante l’esistenza di Anders prende una piega inaspettata: si frantumano i legami e con essi le poche certezze di un padre alla disperata ricerca della figlia e, lentamente, la disperazione trova rifugio nell’alcol.
Come in un dipinto gotico tra luci e ombre, l’ambiente circostante si popola di tetre figure. La fantasia si scatena e l’apparente detection in terra scandinava tanto in voga diventa un affresco fantastico sulla natura matrigna… e in mezzo scorre il sangue. L’approfondimento psicologico è l’asso nella manica di Lindqvist il quale, come già aveva mostrato nel folgorante esordio Lasciami entrare e nel successivo L’estate dei morti viventi, si concentra sull’umanità delle sue anime dannate schiave del dolore. Questo strambo ex Mandrake svedese, con un passato tra cabaret, teatro e televisione, riesce sempre a piegare il genere horror ai suoi voleri, al punto di considerare ogni fenomeno descritto realistico e credibile. I suoi scritti nascono da alcuni interrogativi sui quali siamo tenuti a riflettere: questioni connesse alla tragedia dell’essere un vampiro (specie se adolescente) costretto a uccidere, o a dilemmi inerenti il frastagliato pianeta degli zombie disposti a tutto pur di riappropriarsi della propria vita in una landa di viventi terrorizzati dalla morte.
Ne Il porto degli spiriti facciamo la conoscenza anche di Simon, sorta di vecchio pronipote nordico di Houdini, di Anna-Greta, ex contrabbandiera, ma soprattutto di Heinrik e Bjorn, due emarginati costretti a vagare tra cielo e terra, nell’eterno esilio posseduti (letteralmente) dalle rime di Morrissey, frontman degli Smiths. Basterebbero allora le venti pagine di Hubba e Bubba per incantare il lettore proiettato nel ricordo di una gioventù perduta sui binari degli anni Ottanta, tra mode e musicassette, fuochi di passione e giochi violenti, per confermare le doti di una penna davvero affilata, aliena alle edulcorazioni e alle luci di qualche recente storiaccia di formazione.
Dissero di lui: "Un talento del genere unito a tanta indecenza". E invece L'amante di Lady Chatterley, sensuale romanzo di Lawrence, ha ancora molto da dire
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