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di Andrea Grieco


Non sempre ciò che rimane nascosto è un tesoro sepolto, sta al suo scopritore osservarlo e deciderne l'effettivo valore

Samurai Princess

Ci sono pellicole che si percepiscono come un immane bluff prima ancora di averle viste, film il cui scopo sembra essere quello di sfidare la resistenza e la tolleranza che il potenziale spettatore può offrire nei confronti dell'idiozia. Titoli che in tempi neanche troppo lontani sarebbero rimasti ad ammuffire sugli scaffali delle videoteche in attesa che qualche curioso nerd li noleggiasse, mentre oggi li si intercetta e spilucca in rete fino a convincersi ad acquistarli, abboccando immancabilmente a un irresistibile richiamo: magari la remota speranza di essere smentito e di avere, invece, scoperto una rara pepita o, molto più probabilmente, convinti che, per quanto sconclusionato e raffazzonato possa essere il contenuto del disco che ci si appresta a dare in pasto al proprio lettore, si tratterà di qualcosa fuori dagli schemi e finanche divertente.
La locandina di Samurai Princess, di Kengo KajiProprio come succede per Samurai Princess, ultimo grido in fatto di bizzarria del mercato dell'intrattenimento nipponico, a tutti gli effetti colossale ciarpame ma al contempo tour de force dell'inventiva, alla quale si dà corpo con una sciatteria e un uso così grossolano del make-up e della CGI da risultare, alla fine, insopportabile e persino più disgustosa delle troculenze che intarsiano il racconto.
Già la trama basterebbe ad annoverare quest'ufo cinematografico tra le pietre miliari del cinema psicotronico, non fosse che Samurai Princess è ancor più speziato, e quindi, secondo i gusti, più squisitamente interessante o disgustoso dei titoli della vecchia exploitation. Così, tentando di imitare i movimenti di macchina del miglior Martin Scorsese, riproponendo l'ennesima istanza vendicativa alla Quentin Tarantino e spingendo tutto verso l'eccesso com'è nelle corde del più spinto Miike Takashi, si narra di strane creature denominate karakiru, per metà androidi e metà demoni creati da un novello dottor Frankenstein, di sicuro più sbullonato del suo romantico predecessore. Uno scopo preciso questi esseri non hanno, come pure non sembra davvero importante per gli autori definire qualsivoglia elemento del plot come della messa in scena. L'unica cosa che davvero conta è che tali mutanti, come pure il loro strambo creatore, perseguono un discutibilissimo ideale di bellezza, intesa come infinita ricomponibilità delle parti corporee e non lesinano certo in efferatezze o stramberie per raggiungerlo.
I guai sopraggiungono quando a subire le conseguenze di tale violenza sono dodici ingenue pulzelle, irrimediabilmente stuprate e fatte a pezzi. Tutte tranne una, che deciderà di farsi trasformare essa stessa in una karakiru, ma con una particolarità: grazie a una medium sarà in grado di assimilare lo spirito e l'anima delle compagne assassinate. A questo punto la micidiale androide può dar inizio al sanguinosissimo regolamento dei conti. Si prosegue tra aiutanti e antagonisti sempre più bislacchi e fantasiosi, costumi che non indosserebbe neanche il più straccione dei cosplayer, protesi esplosive che farebbero invidia a Venusia, il robot dalle sembianze muliebri che affiancava Mazinga nei suoi combattimenti, un'ambientazione che vorrebbe ricordare il Giappone feudale, solo che poi i personaggi si muovono in discariche industriali ed edifici urbani, usano cellulari iper-cool e agli arti prediligono le seghe elettriche.
Nobilita cotanta inesistenza di stile e mancanza di coerenza il DVD della Well Go, essenziale e di buona fattura.





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