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  • Predators: se li prendi sul serio è la fine
di Alessandro De Simone


Reboot senza ironia del capolavoro action di John McTiernan. Lento, noioso e senza Schwarzy

Adrien Brody e Alice Braga in Predators di Nimrod Antal

Chi l’avrebbe mai detto che un giorno avremmo finito col rimpiangere il cinema degli anni Ottanta, quelle opere machiste e testosteroniche che fecero la fortuna di golem ipertrofici come Arnold Schwarzenegger, Sylvester Stallone e Bruce Willis? Film indimenticabili come Cobra, Trappola di cristallo, Commando, per tacere di opere minori come Invasion U.S.A. con il grande Chuck Norris (uno che ha giudicato anche Caterina Caselli, mica no), hanno segnato una stagione irripetibile della cultura a stelle e strisce, dodici anni di amministrazione repubblicana che hanno quasi cancellato la vivacità creativa del decennio precedente.
Eppure, pur nel loro becero asservirsi al potere costituito, molti di quei film, grazie soprattutto a registi di classe e intelligenza, si sono giustamente ritagliati uno spazio importante all’interno dei loro generi di riferimento. Predator è senz’altro l’esempio più lampante, diretto da un mestierante di classe sopraffina come John McTiernian (suo anche il primo Die Hard) che riesce fondere alla perfezione action, fantascienza e horror in un film dalla struttura magnificamente classica, ispirata allo Schoedsack di The Most Dangerous Game, amalgamando il tutto con una copiosa dose di ironia quando non addirittura di irriverente sarcasmo.
Tutti elementi che non ritroviamo assolutamente in Predators, reboot che vede Robert Rodriguez in veste di produttore e Nimrod Antal, ungaro-americano già noto per Vacancy e Armored, in cabina di regia. Questa volta i brutti mostri schifosi, come li aveva simpaticamente battezzati Arnie nell’originale, rapiscono un gruppo di addestratissimi assassini terrestri e li riuniscono su un pianeta adibito a riserva di caccia. Alla fine ne dovrà restare solo uno.
Praticamente privo di azione per i primi venticinque minuti e a seguire caratterizzato da un ritmo lentissimo, il film si trascina abbastanza stancamente nella classica struttura alla dieci piccoli indiani, citando senza troppo nascondersi altri classici dell’action anni Ottanta, Aliens – Scontro finale su tutti. Ma la cosa che maggiormente infastidisce e appesantisce il film è la terribile serietà con cui Antal approccia la storia, cercando di farne un’opera politica e antropologica e riuscendo solo a renderla vuota e sconclusionata. Il cast naviga a vista, evidentemente mal diretto e comunque poco convincente, a partire dal protagonista Adrien Brody, autore di una performance pericolosamente vicina a quella di Giallo. Si salva Topher Grace, uno dei talenti peggio utilizzati a Hollywood da molti anni a questa parte.
Un’occasione perduta, quindi, soprattutto perché di prodotti d’intrattenimento di qualità non ce ne sono poi molti. E per ora continueranno a non esserci.






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