Robert Downey Jr. e Jamie Foxx protagonisti di un dramma vittima di divergenze creative tra produttori e regista
Immaginate la scena: siete gli executive di uno dei più grandi Studios di Hollywood e tra le mani vi capita un copione incentrato su una storia tanto vera quanto strappalacrime, l’amicizia tra un giornalista la cui carriera è in crisi e un senzatetto schizofrenico con un raro talento, quello di saper suonare alla perfezione il violino utilizzando soltanto due corde. Se l’operazione vi ha già convinto non resta che ingaggiare star di punta come Jamie Foxx e Robert Downey Jr. per aprirvi la strada verso gli Oscar. Secondo noi è questa la formula con cui Il solista è stato concepito, un prodotto fatto apposta per intenerire qualsiasi membro dell’Academy e sbaragliare i box office a colpi di kleenex per gli spettatori. Ma qualcosa è andato storto durante la realizzazione e il film è finito per trasformarsi in un’affascinante imperfezione.
Dietro la macchina da presa, l’inglese Joe Wright abbandona il passato in costume per mettere a fuoco una Los Angeles vista poche volte così a trecentosessanta gradi. La Città degli Angeli mostra il suo lato infernale, quello della povertà e dei senzatetto che sono come invisibili agli occhi altrui. Il solista è la storia di un risveglio di coscienza in cui il giornalista Steve Lopez scopre se stesso e fino a che punto è disposto ad arrivare nel nome della solidarietà e dell’affetto provato per il suo nuovo amico Nathaniel Ayers.
Normalmente da un prodotto del genere ci si aspetta la classica parabola di un uomo alle prese con una tragedia che però ha sempre e comunque un’altra occasione. In realtà la saggia scelta del regista è quella di rimanere focalizzato sul tema della schizofrenia, rinunciando a qualsiasi soluzione e mostrandola per quello che è: un male capace di trascinare nelle tenebre anche chi sta a contatto con i soggetti colpiti.
E sebbene il film abbia grandi problemi di ritmo, tra ripetizioni e momenti morti, uno degli aspetti più interessanti che ne viene fuori – e in questo momento della nostra storia è più che mai attuale - è proprio la forza del vero giornalismo, capace di risvegliare le coscienze della gente, animi che a contatto con la routine diventano passivi e si spengono.
Un po’ noioso e a tratti fin troppo rimescolato in un caos emotivo che sfugge di mano allo stesso regista, Il solista è sicuramente più interessante di tanta fuffa che Hollywood continua a propinarci. E sembra essere proprio il risultato di un disaccordo improvviso tra i produttori e il regista. Non è un caso, infatti, che lo Studio abbia improvvisamente “chiuso i rubinetti di promozione” del film e che arrivi in Italia con più di un anno di ritardo. Per quel che ci riguarda, qui nella Città dell’Alfabeto siamo comunque seguaci di Robert Downey Jr., in qualsiasi versione appaia sullo schermo. E anche questa volta il talento non si smentisce e il meraviglioso attore ricrea alla sua maniera un personaggio che esiste davvero, abbiagliamento cool incluso.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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