Parlando con il giovane e talentuoso fotografo di Contrasto ci si rende conto che dietro a delle immagini di valore esiste sempre una lunga e interessante riflessione
Alessandro Imbriaco, salernitano, ha vinto vari e importanti premi in Italia, ha pubblicato i suoi lavori su giornali di tutto il mondo ed è rappresentato da Contrasto. E' uno di quei fotografi che insegue uno stile personalissimo, staccato da qualsiasi logica editoriale o imprenditoriale, per questo ci sembra di apprezzare ancor di più il suo lavoro.
Com’è nato il tuo progetto Temporaneamente?
Prima di tutto il titolo corretto non è quello del festival, bensì “Spazi Temporaneamente Autonomi”, nome ispirato ad Hakim Bey, pensatore anarchico, che appunto aveva scritto questo libro dal titolo “Temporary Autonomous Zone”, detti “T.A.Z.”. È stato per me un ispiratore. Lui ipotizzava una rivoluzione che partisse dal basso, dagli spazi temporeanamente autonomi che non poteva definire dato che ne avrebbe svilito il significato più vero. Però faceva degli esempi, come quello della pirateria nei caraibi: alcune persone si liberano dall’autoritià dominante e stabiliscono una comunità di pari fondata sulla libertà e sul rapporto con lo spazio. Nel mio progetto questo concetto è stato esteso all’abitare. Accade infatti che per motivi burocratici, catastali, etc... certe aree suburbane rimangano libere dal controllo e vengano occupate. Sono partito con un movimento per l’occupazione delle case, chiamato “Action”, circa cinque anni fa.
Le immagini che vediamo qui in mostra sono successive a quel periodo?
Qui, il “Casilino 900” fa parte delle immagini prodotte nel 2009, anche se ad Atri viene presentato come progetto a sè.
All’inizio eri interessato semplicemente all’occupazione delle case?
Ero interessato al recupero degli edifici che avevano terminato il loro “ciclo vitale”. Ho iniziato con un ex ufficio del IMPDAP, poi un ospedale, in seguito un hotel e una stazione di rimessa dei tram sulla Tuscolana. Da lì ho iniziato a fare il lavoro sull’Idroscalo di Ostia. Ripeto non m’interessava il discorso architettonico o di paesaggio, ma la relazione di mutua conservazione che s’instaurava tra le persone e il territorio. Sono vari i motivi per cui si formano i T.A.Z. Come si creano? Sgomberare 1000 persone non è facile neppure per chi detiene certi posti di potere. Il costruttore deve fare in modo che il potico invii le forze dell’ordine a effettuare lo sgombero forzato. L’esempio migliore è quello del Idroscalo che dal dopoguerra e per cinquant’anni è stato occupato dalle famiglie romane per passarci l’estate, costruendosi abitazioni abusive di lamiera e cemento. Si è conservato intatto fino ad oggi. In questo momento c’è una volontà politica forte per ottenere quell’ultimo lembo di terra. È da ormai tre mesi a questa parte è iniziato anche lo sgombero dell’idroscalo.
Ti stai interessando alla vicenda dello sgombero?
Come nel Casilino penso che il mio lavoro aggiunga poco. Ci sono già tantissimi cronisti che fanno questo. Io, anche nei giorni dello sgombero, ero a fotografare le case ancora in piedi, le parti intatte.
Pensi che tutta la spiegazione che mi stai facendo del tuo progetto manchi dall’allestimento della tua mostra?
Il progetto non è ancora maturo e ha bisogno ancora di arricchirsi, sia dal punto di vista di costruzione delle immaigni, sia dei testi, che delle immagini. E poi non voglio occuparmi anche della parte testuale. Io ora riesco a seguire solo il lavoro delle immagini. Tra l’altro le didascalie le ho sempre intese come un’arma pericolosa, mentre vorrei che le mie immaigni venissero usate come pretesto per raccontare altro. Sto cercando delle figure che facciano qualcosa con le mie immagini, non voglio fare tutto io. Ad esempio mi sono rivolto a un gruppo di architetti, si chiamano Stalker e sono di Roma. Fanno un discorso sulle dinamiche di autodistrizione della città e adesso mi sono rivolto a loro perché miservono delle persone assolutamente competenti nell’elaborazione dei testi. Capisco che, allo stato attuale del progetto, guardare la mostra sul Casilino corrisponde molto al testo che ne ha scritto Renata ferri.
Provi a motivare le tue scelte tecnico-estetiche rispetto a quello che stai facendo adesso, le immagini in mostra?
Ci sono due scelte che segnano tutta l’estetica delle immagini. Una è di lavorare in maniera statica, con il cavalletto, non c’è nulla di estemporaneo. C’è quindi il tentativo di mettere in piedi la narrazione attraverso una messa in scena. Dall’altro lato la scelta di luce che è al tramonto o di notte. Cosa che ho capito dopo. Rimanendo lì, dopo il tramonto, notai che i posti si trasformavano completamente. La notte fa vedere, grazie ai tempi lunghi, meglio la costruzione dei posti perché isola le singole strutture e c’è meno confusione.
E poi dal punto di vista estetico questo funziona molto, non è vero?
All’inizio del progetto non cercavo l’estetica, anzi. Il mio fine era lasciare poco spazio alle emozioni di chi guarda le foto e privileggiare l’aspetto documentativo. Ma in quest’ultimo periodo vado verso l’aspetto emozionale che mi riporta all’estetica. Infine nei ritratti ci tengo a non ledere la dignità degli altri, chiedo sempre il permesso e molto spesso se all’inizio dicono di no, poi vedono le prime immagini e infine ci accettano. Un giorno al Casilino mi hanno detto che le foto abituali degli altri cronisti rappresentano un posto brutto, ma nelle mie immagini, mi dicevano, sembrava un bel posto.
Temporaneamente
A cura di Renata Ferri
Reportage Atri Festival 2010
Palazzo dei Duchi d’Acquaviva – Atri
Fino al 29 agosto www.reportageatrifestival.it
Commenti (1)
QQQha scritto:
2012-02-01 08:37:45
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La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (1)
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QQQ ha scritto: 2012-02-01 08:37:45
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