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di Tania Sollazzo


Un film sul calcio, su un allenatore che ricorda Mourinho e la pensa come Zeman. Ma anche l'allenatore perfetto insegna che non sempre si può vincere

Il maledetto united

Non è mai facile cimentarsi nella realizzazione di un film tratto da un romanzo, dover trovare un compromesso (o fare una scelta) tra la fedeltà al testo e l'unicità cinematografica. Ma non è stato così per Tom Hopper, regista di Il maledetto United, film sul calcio, e non solo, che racconta le debolezze umane e la follia che domina un mondo in cui facilmente ci si può illudere di essere invincibili.
Brian Clough (vera leggenda del calcio inglese, tuttora è definito "il miglior allenatore della storia d'Inghilterra") è stato uno degli allenatori più amati nel Regno Unito, vincitore della Premier con la provinciale Derby County nel 1972 e di due Coppe dei Campioni tra il '79 e l’80 con l’altrettanto non quotata e periferica Nottingham Forest.
Una delle locandine de Il maledetto United di Tom HopperEppure in questo curriculum di tutto rispetto bisogna ricordare il suo "tradimento", il passaggio di panchina dal Derby Country alla squadra dei Leeds, da sempre acerrimi rivali, una scelta che influirà non solo sulla sua carriera, ma anche sulla sua vita. Con il Derby Country Clough perderà, infatti, anche il suo amico e allenatore in seconda Peter Taylor e vivrà un calvario di quarantaquattro giorni, una cocente sconfitta, leggendaria come le sue vittorie.
Se nel libro questa è la parte centrale, lo stesso non accade nel film grazie all’uso perfettamente riuscito del flashback che ci permette di vedere e confrontare i due lati della stessa medaglia, un racconto sviluppato tra luci e ombre. Tom Hopper ci propone le gioie e le sconfitte di Brian Clough.
Questa mancanza di linearità rende il film altro rispetto al libro. Attraverso i continui salti temporali lo spettatore vede i cambiamenti del protagonista e presta maggiore attenzione ai piccoli particolari che sono alla base della regia.
È evidente infatti che questa è un’opera calcolata fin nei minimi dettagli, come testimoniano gli extra dedicati alla costruzione degli ambienti e all’attenzione alla fotografia dove lo stesso regista illustra e giustifica le sue scelte. Un piccolo manuale per chi volesse intraprendere questo mestiere, il racconto di un’idea trasformata in immagini. Hopper, analizzando alcune scene chiave, ci permette di entrare nel suo mondo condividendo con noi la difficoltà di realizzare un film discostandosi dalle facili celebrazioni o dalle immagini spettacolari che offre il calcio, facendo un giusto uso, senza che diventi mai un abuso, delle immagini di repertorio. Molte di queste vengono riproposte negli extra, scelta che renderà sicuramente felici i nostalgici amanti di un calcio che non ha nulla a che vedere con quello di oggi.





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